il presente della preistoria: giugno 2013 canadese bomba dell'oca

il presente della preistoria

mappa di Martin Waldseemuller

sabato 29 giugno 2013

caso Idem


Caso #Idem: una vergogna che non finisce qui Pubblicato da fabrax a 14:46 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: notizie antipatiche

giovedì 27 giugno 2013

scambio alla Cunni




Weekend per scambisti

Se non avete programmi per il week end potreste fare un giro a Noventa di Piave e godervi il  weekend per scambisti.
Per il secondo anno consecutivo, infatti, un club privato prenota un intero hotel per l'occasione. Il raduno internazionale richiamerà in città coppie da tutta l'Italia, ma anche dall'estero. Il costo per una notte di piacere è di 200 euro.
Cosa si farà in quel weekend? Di tutto:
"effusioni ed espliciti atti sessuali tra coppie sposate, fidanzate, semplici conoscenti con la medesima passione. Nei salotti, in sala da pranzo, poi nelle stanze, con tanto di orge di gruppo".

Per quelli che, come me, faticano a trovare una donna che gliela dia, è inimmaginabile partecipare a sessioni di sesso di gruppo.
Trovo molto eccitanti le immagini di gangbang anche se non mi piacerebbe partecipare.
Ecco se la mia donna, Morosa o Amica Amante, mi proponesse di fare sesso di gruppo, lei con me e un altro paio di uomini potrei anche farlo. Non che mi piaccia ma se la mia donna vuole io asseconderei i suoi desideri.
Quello che non farei, però, è la gangbang.
Penso che una donna un paio di uomini, anche tre, li possa gestire e divertiamo tutti quanti ma se sono di più, come in certi video, cosa succede?
Succedere che uno le scopa la passera, uno il culo, l'altro si fa fare un pompino e gli altri lì a menarselo.
Se devo farmi una sega me la faccio in casa guardando un video che mi piace e non lì in piedi come un pirla.

Mentre invece il sesso di gruppo è qualcosa che sarebbe sicuramente meglio.
Vai in un club con la tua donna e poi comunque si fa qualcosa: si fa scambio di coppia, magari si aggregano altri uomini, ma anche altre donne e non passi il tempo a smanettartelo.
Il problema è trovare una disposta a scambiare il proprio uomo con me.
Se sono vestito magari un po' inganno, ma se mi vedono nudo...

Beh questo weekend ho altri impegni e non sarò al weekend per scambisti a Noventa di Piave ma un giorno mi piacerebbe andare in un privè e chissà che non capiti davvero.
Allora anche io potrò scrivere di avventure sessuali e non solo di cazzate sul mio blog. Pubblicato da fabrax a 13:43 1 commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: codice rosso

F35

Faq

F35: tutta la verità

di Gianluca Di Feo Quanto ci costano, a cosa servirebbero, che ricadute economiche avrebbero, come sono fatti, chi ci guadagna, chi li vuole etc: ecco le domande e le risposte sul programma militare su cui la Camera ha votato per lo stop tempo xyyeaxvg. canada goose miehetraneo (26 giugno 2013) Cosa è l'F-35?
L'F-35 Lighting (fulmine) è un caccia di quinta generazione, l'unico concepito dopo la fine della Guerra Fredda. E' stato disegnato per essere invisibile ai radar e operare in rete con altri sistemi d'arma. La velocità massima sarà di circa 1,6 volte quella del suono e potrà manovrare con carichi di gravità pari a 9,9 volte la gravità terrestre. I comandi sono tutti su schermi digitali con comandi touch.

A cosa serve?
E' un aereo d'attacco al suolo, con un sistema di sensori avanzatissimo che dovrebbe permettergli di compiere qualunque missione. E' armato con un cannone da 25 millimetri e due stive ventrali per trasportare bombe o missili. Può inoltre essere dotato di cinque piloni per armi e altri due per missili alle estremità delle ali. Il tutto per un carico bellico di 8100 chili di bombe e missili. La versione F-35 B sarà in grado di decollare verticalmente dalle navi: sarà l'unico aereo disponibile con questa caratteristica.

Chi lo produce?
Il progetto è in mano alla Lockheed Martin, il colosso statunitense degli armamenti. I paesi che hanno aderito al programma chiamato inizialmente Joint Strike Fighter hanno ottenuto una partecipazione allo sviluppo proporzionale all'investimento. La Gran Bretagna è partner di primo livello, con circa 2,5 miliardi di dollari, con un ruolo chiave dell'industria Bae. L'Italia è partner di secondo livello, con una spesa prevista di circa un miliardo di dollari, assieme all'Olanda, circa 800 milioni. Nel terzo livello sono inclusi Canada, Australia, Norvegia e Danimarca.

Quanto costa il programma?

La stima iniziale era di 40 miliardi di dollari, in massima parte a carico degli Usa, le ultime previsioni calcolano un costo di sviluppo superiore a 56 miliardi. Gli Stati Uniti contavano di acquistarne in futuro 2400 con una spesa di 200 miliardi di dollari. Il piano iniziale prevedeva di costruirne 3100 includendo i paesi partner e altri compratori come Turchia, Singapore, Israele e Giappone, ma molti hanno già ridotto le previsioni. E la politica di tagli al budget della difesa voluta dalla presidenza Obama potrebbe far calare anche gli ordini statunitensi. 

A che punto è il progetto?

Il primo F-35 ha volato il 15 dicembre 2006. I voli operativi d'addestramento sono cominciati nello scorso gennaio. Finora le forze armate americane ne hanno ricevuti 69 ma tutti dovranno essere aggiornati nei prossimi anni per diventare pienamente operativi.

Che problemi sono emersi?
Contrariamente ai velivoli del passato, non ci sono stati prototipi su cui perfezionare la progettazione. Per ridurre tempi e costi, il velivolo è stato testato virtualmente con elaboratori elettronici. Ma i problemi non sono mancati e il programma ha accumulato ritardi importanti. Il software per le versioni operative, da cui dipendono tutte le attività, è ancora in fase di sviluppo: non sarà pronto prima di due anni. Forti difficoltà anche nella progettazione del casco, uno dei punti chiave del sistema F-35, che permetterà di visualizzare i dati di volo e puntare l'armamento tramite gli occhi del pilota.

Quali sono le critiche tecniche al progetto?
I piloti collaudatori, tutti americani o britannici, hanno criticato soprattutto la scarsa visibilità posteriore: non si vedono avversari alle spalle. Un problema che dovrebbe essere risolto dai sensori tv che coprono il velivolo come una sfera. Critiche anche al sistema anti-incendio e alla protezione contro i fulmini. Alcuni piloti hanno messo in dubbio anche la capacità di sopravvivere ai tiri della contraerea. La Marina statunitense ha contestato dimensioni e prestazioni della versione imbarcata. Nel settembre 2012 il Pentagono, stanco per ritardi e inconvenienti, è intervenuto con durezza contro la Lockheed, chiedendo risposte rapide e "commissariando" lo sviluppo del programma.

Quanto costano gli F35?
Il prezzo di ognuno dei primissimi esemplari è cresciuto fino a 207 milioni di dollari contro gli 89 milioni preventivati dalla Lockheed. Nel 2010 la stima era di 133 milioni. Oggi il prezzo dovrebbe essere di circa 120 milioni ma il Pentagono insiste perché venga ridotto sotto i cento. La Lockheed sostiene che nel 2018 un F-35 verrà 67 milioni di dollari, motore incluso. Si ritiene che ogni ora di volo verrà a costare circa 25 mila dollari. Il problema sarà la spesa per l'aggiornamento. Come in un sistema informatico, ogni velivolo dovrà ricevere un pacchetto di software e componenti per arrivare alla versione definitiva. Il cui prezzo non è ancora stato ipotizzato. © RIPRODUZIONE RISERVATA pagina 1 di 3 Pagina precedente Pagina successiva fonte: espresso.repubblica.it Pubblicato da fabrax a 13:32 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: notizie antipatiche

Khia


Pubblicato da fabrax a 09:11 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: donne rappanti

mercoledì 26 giugno 2013

saggezza di Cunni




Il sesso migliore? A 45 anni
Ormai ci siamo. Tra meno di un mese saranno 45.
Un'età che mi piace solo perché 4+5 da 9 ed il 9 è un numero che mi piace.
Passati i 40 mi sono spesso domandato per quanto tempo avrei potuto godermi una vita sessuale soddisfacente senza usare pastigliette tiracazzo.
Pensavo di essermi incamminato lungo un viale alberato, in un clima autunnale, le foglie che cadono: il viale del tramonto.

E invece che ti scopro? Che il sesso migliore lo si fa a 45 anni, età in cui si raggiunge il picco del piacere.
Le cose iniziano a calare dopo i 65.
Che sfiga però: uno va in pensione, ha tutto il tempo per bazzicare palestre, centri commerciali e supermercati quando ci sono le casalinghe in giro e il coso non funziona più.
Proprio vero che la vita è un'inculata senza fine.

Ma pensiamo positivo.
Mi appresto a godere del sesso come mai prima visto che sono prossimo ai 45.
E credetemi che negli ultimi anni ho scopato divinamente ma, probabilmente, al meglio non c'è mai fine.
Però...
Io sarò all'altezza delle mie amanti? E poi, ok che ho ancora un venti anni per godermi il sesso, tecnicamente parlando, ma di figa ne arriverà oppure mi ritroverò il cazzo turgido e nessuna con la quale condividere le gioie del sesso?

La verità? Più che sperare in un uccello ancora duro mi auguro di avere un intestino regolare, perché posso stare settimane, mesi ed anni senza sesso, ma dopo qualche giorno che non si fa la cacca iniziano i problemi.
Ergo: la cacca è più importante del sesso. Ora ditemi voi se la vita non è una merda. Pubblicato da fabrax a 10:18 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: codice rosso

Ms. Jade


Pubblicato da fabrax a 09:53 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: donne rappanti

bacio di Giuda




Il Bacio di Giuda (o Cattura di Cristo) è un affresco (200x185 cm) di Giotto, databile al 1303-1305 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova. È compresa nelle Storie della Passione di Gesù del registro centrale inferiore, nella parete destra guardando verso l'altare.

Descrizione e stile

La scena, una delle più note dell'intero ciclo, è ambientata all'aperto. Nonostante la cospicua partecipazione di personaggi, il nucleo centrale è perfettamente individuabile grazie all'uso delle linee di forza (come Caifa a destra che indica) e dell'ampia campitura di colore giallo della veste di Giuda, che si sporge in avanti, al centro, per baciare Gesù in modo da permettere alle guardie di riconoscerlo e catturarlo. Il volto di Giuda, giovane e pacato nelle scene precedenti, è qui ormai trasfigurato in una maschera bestiale, ed ha perso definitivamente l'aureola. All'immoto e intenso contatto visivo tra Gesù e il suo traditore si contrappone l'agitazione delle turbe di armati tutto intorno, generando un effetto di violenta drammaticità.
Solo osservando un secondo momento ci si accorge delle altre scene di corredo, come quella di Pietro che taglia l'orecchio a Malco, un servitore del Sommo Sacerdote con un coltello, afferrato per il mantello da un uomo curvo e di spalle, col capo coperto da un mantello grigio. Ben orchestrati sono i gruppi di armigeri, composti affastellando le teste (un tempo con colori metallici negli elmi, oggi anneriti) e soprattutto intuibili dal numero di lance, alabarde, bastoni e fiaccole che si levano in aria. Un po' più scandite sono le figure del gruppo di destra, tra cui si vede un uomo che suona il corno.
Sebbene l'iconografia risulti tradizionale, in questa scena Giotto ne rinnovò profondamente il contenuto, immettendovi una straordinaria tensione psicologica e drammatica.

Giuda Iscariota (ebraico: יהודה איש־קריות, Yəhûḏāh ʾΚ-qəriyyôṯ; ... – 26-36) è stato uno dei dodici apostoli di Gesù, quello che, secondo il Nuovo Testamento, lo ha tradito per trenta denari (Matteo 26,14-16) attraverso il gesto di un bacio. È stato quindi una figura chiave durante la Passione di Gesù (la notte del Giovedì Santo). Perseguitato dalla colpa, successivamente si è suicidato. È passato alla storia come l'uomo "simbolo" del tradimento.
Giuda Iscariota, figlio di Simone, non deve essere confuso né con il Giuda Tommaso Didimo, e cioè Tommaso apostolo, né con il Giuda Taddeo, un altro dei dodici apostoli fratello di Giacomo il Minore.
L'esatto significato del nome "Iscariota" è sconosciuto; alcune interpretazioni hanno suggerito che il termine potrebbe indicare "uomo di Kariot" (Ish Kariot). Secondo altri potrebbe derivare dal persiano Isk Arioth, ovvero "colui che serve" oppure "colui che sa". È possibile collegarlo al termine Iskariot (che in aramaico, non scrivendo le vocali come consuetudine, sono omografi -S-q-r-t-), i killer zeloti e da cui deriva appunto il termine moderno sicario. Pubblicato da fabrax a 09:32 1 commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: kiss

martedì 25 giugno 2013

toffee




Il toffee è un tipo di caramella, generalmente morbida, composto da zucchero, sciroppo di glucosio, burro, latte, acqua e aromi vari.
Acqua, zucchero e glucosio vengono miscelati e cotti a una temperatura di circa 126-128 °C in vaso aperto. Il prodotto è successivamente raffreddato, per mezzo di tavoli o tramite tamburi di raffreddamento, e successivamente formato e incartato. Ha solitamente un colore brunastro, dovuto alla caramellizzazione degli zuccheri, un sapore molto dolce e consistenza cremosa.
Il tipo di ingredienti, la temperatura di cottura, gli eventuali additivi e altri ingredienti minori quali granella di noccioline, di mandorle, cioccolato, farina di cocco, possono variare notevolmente le caratteristiche del prodotto finale.
È un prodotto di origine inglese, che ha avuto una notevole diffusione nel mondo e che ormai si è differenziato in migliaia di varianti diverse.
In Italia è spesso identificato con il nome di caramella al latte mou, anche se non si tratta proprio della stessa cosa. Pubblicato da fabrax a 13:52 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: specialità della casa

domenica 23 giugno 2013

Diam's


Pubblicato da fabrax a 11:00 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: donne rappanti

Bahamadia


Pubblicato da fabrax a 10:31 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: donne rappanti

Mc Lyte


Pubblicato da fabrax a 10:14 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: donne rappanti

nascita di Cunni




1987: The Cunnilinguist was born

The Cunnilinguist nasce nel 1986.
Anagraficamente parlando, in realtà, sono nato nel 1968, un anno prima di quello che avrei preferito (mi sembra ovvia la mia predilezione per il 69) ma il quell'anno nacque semplicemente un bambino coi capelli biondi, occhi azzurri e, come tutti i bambini, grassoccio, senza denti e col pisello piccolo.
Crescendo i capelli sono diventati castani prima e castano-brizzolato ora, gli occhi sono sempre chiari, i denti mi sono cresciuti e sono rimasto sempre grassoccio e col pisello piccolo.

Ma torniamo al 1986.
All'epoca mi dilettavo a fare il deejay in un locale della zona e, sempre in quella zona, c'era una piccola radio locale.
Un bel giorno decisi di andare in questa radio e propormi per fare qualche programma.
A dirigere la radio una ragazza che aveva tre anni in più di me. Dopo mi confesso che quel giorno, quando mi aprì la porta, rimase ammaliata dai miei occhi azzurri.
Ovviamente fui assunto, anche perché godevo di una discreta fama nella zona dato che il locale in cui lavoravo era molto frequentato e la gente si divertiva.
Assunto...preso, dato che la mia collaborazione era a titolo gratuito. Ma del resto la passione per la musica è sempre stata tanta che non me ne importava un cazzo dei soldi.

Altrettanto ovviamente, a furia di frequentarci, io e la boss della radio, molto ambita anche da uomini più grandi e affascinanti di me visto che, oltre ad essere "quella della radio", aveva un corpo da far resuscitare i morti, ci mettemmo insieme.
Non sono mai stato simpatico alla sorella, visto che diceva che ero troppo giovane ma pazienza, lei non la pensava così per mia fortuna.
All'epoca ero ancora vergine, nel senso che non avevo ancora fatto sesso. Ero un ritardato sessuale.
Lei, invece, non aveva mai scopato visto che, da quello che mi disse, anche se aveva avuto molti uomini era rimasta "shoccata" da bambina, quando entrando nella camera da letto sorprese i suoi a fare sesso e da allora aveva questa specie di blocco.

Ma i nostri incontri erano comunque piacevoli. Baci, petting spinto, masturbazione e sesso orale.
Fu lei a farmi il primo pompino e fu sua la prima fichetta che leccai.
In effetti il pompino era si piacevole ma fin dalla prima volta capii che la parte più bella del sesso con una donna era il cunnilingus.
Non era depilata ma sentire il suo sapore, il suo odore di femmina, infilare un paio di dita in quel "posto" umido e caldo e farla godere con la lingua fu, fin da subito, il massimo per me.
Forse anche perché non era molto brava nel pompino... Eppure aveva esperienza.
Fu lì che cominciai a desiderare non tanto scopare o farmelo succhiare ma di leccare.

La storia durò sei mesi e passarono altri due anni e varie storielle che duravano una sera e che non ero stato capace di portare su un livello superiore al bacio e palpeggiamenti prima di incontrare la ragazza con la quale feci sesso.
Ricordo che scopammo sull'auto di mio padre in un luogo appartato e dopo che lei ebbe l'orgasmo io, col cazzo ancora duro, le domandai:
"ok ma adesso te la posso leccare?"
Oggi ho capito che la scopata era il prezzo da pagare per leccarla.
Ma solo la prima volta eh, perché poi ci prese gusto anche lei.

Ecco come nacque The Cunnilinguist e la sua passione/fissazione/mania, per sua somma gioia e, spero, anche di quelle che si solo lasciare assaggiare (ma visto l'entusiasmo direi che si, me la sono cavata bene) Pubblicato da fabrax a 09:49 1 commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: codice rosso

sabato 22 giugno 2013

"quel fango di Falcone"




Se si potesse tornare indietro, in molti saremmo tentati di strappare dal braccio di Fabrizio Miccoli la fascia di capitano del Palermo, in seguito agli sviluppi della vicenda che ruota attorno all’amicizia del bomber salentino con Mauro Lauricella, figlio del boss della Kalsa Antonio – ‘u scintilluni - arrestato nel 2011 dopo sei anni di latitanza.

Ed oggi si aggiunge un altro motivo di sdegno nei confronti della vita di privata di chi, sul campo, ha rappresentato a suon di goal la passione calcistica del capoluogo siciliano.

Come riportato da La Repubblica, non solo Miccoli avrebbe commissionato all’amico Antonio il recupero di alcune somme di denaro – senza dimenticare la storia delle Sim contraffatte – ma avrebbe anche offeso la memoria di Giovanni Falcone, il giudice ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992.

In alcuni dialoghi intercettati dagli inquirenti, infatti, mentre la coppia di amici si trovava in auto, Miccoli canta: “Quel fango di Falcone“.

E non finisce qui, perché in un altro dialogo i due si danno appuntamento “davanti all’albero di quel fango di Falcone“.

In attesa che la giustizia faccia il suo corso, quanto emerso in questi mesi – ma l’amicizia tra Miccoli e Scintilla è nota da due anni (leggete questo mio post di allora su BlogSicilia) – rende insopportabile l’idea di avere spronato ogni domenica uno che, poi, alle spalle tradiva la città intera, per la quale Giovanni Falcone è un eroe.

Una vergogna che meriterebbe la cancellazione del suo nome dalle “colonne” dello stadio Barbera, perché noi tifosi abbiamo spesso perdonato a Miccoli qualsiasi errore commesso sul campo ma non possiamo digerire che chi ha vestito per tanti anni la maglia rosanero, con tanto di fascia da capitano, si sia comportato come un “picciotto” senza cervello e senza rispetto.

fonte: www.blog-news.it Pubblicato da fabrax a 18:28 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: notizie antipatiche

I can hardly wait


Pubblicato da fabrax a 16:29 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: kiss

breve storia del bacio

di Luca Burzelli Il bacio è quel gesto che racchiude una intima complicità fra le persone. Si succedono le epoche, cambiano le persone e le circostanze, mutano i modi e le forme: ma nel bacio si condensa sempre la volontà di esprimere il proprio affetto verso il prossimo. E questo affetto non ha ancora una qualità sola: è l’affetto di una madre per i figli, di un uomo per il suo partner, di due persone che si incontrano dopo una lunga lontananza. In poche parole, mutano tutte le forme esteriori ma l’essenza del bacio è sempre la stessa. E questo piccolo e modesto percorso ve ne darà conferma. Busto di Catullo Busto di Catullo Il prepotente desiderio di una relazione libera da pregiudizi, da moralismo e da limiti sociali sospingeva il  miser  Catullo a rivolgersi all’amata Lesbia dicendole, con una semplicità essenziale, due sole parole: “ viviamo ed amiamo ”. L’argomentazione prediletta da Catullo è quella del tempo che inesorabile fugge. Da qui infatti viene la necessità di carpire ogni singolo istante ad una vita che lenta si incammina verso la  notte perpetua . Ma se questo è il triste scenario che si spalanca davanti alla vita, il rimedio di Catullo risiede proprio nella complicità amorosa con Lesbia e tutto si condensa nei tre meravigliosi versi successivi, destinati a fama nei secoli: “ Dammi mille baci, poi altri cento,/ poi altri mille, poi per la seconda volta cento, / poi altri mille ancora, poi cento ”. La forza di questo “rimedio” sta nel numero e nella frequenza: il tempo scorre lentamente verso la morte ma i suoi attimi sono frammentati da questa lunga, interminabile sequenza di baci i quali rendono il percorso più dolce distraendo il pensiero degli amanti. Paolo-e-Francesca Paolo e Francesca Anche Dante parlò di un bacio. Era il tenero gesto che sancì l’inizio della relazione amorosa clandestina fra Paolo e Francesca, anime dannate all’inferno. Francesca era sposata a Gianciotto, fratello di Paolo. I due cognati si trovavano a leggere insieme ed il destino volle che la loro attrazione sbocciasse sulle pagine dell’amore fra Lancillotto e Ginevra ( Noi leggiavamo un giorno per diletto / di Lancialotto come amor lo strinse; / soli eravamo e sanza alcun sospetto ). Il coinvolgimento della narrazione procurò nei due giovani un tale turbamento ( scolorocci il viso ) che, non appena giunsero a leggere del bacio fra gli amanti letterari, essi stessi non seppero frenare la propria attrazione. È Francesca a raccontare dell’episodio mentre Paolo tremante versa lacrime: e lei pronuncia il verso “ la bocca mi basciò tutto tremante” . Una grande commozione accoglie i due amanti nel ricordo della relazione e nella rievocazione della morte. Questa non è descritta ma solo accennata da Francesca che ancora non ha dimenticato la violenta crudeltà del marito. Gianciotto dal canto suo non fece come Artù che perdonò Lancillotto e Ginevra lasciandoli liberi al loro amore. Egli infatti, venuto a conoscenza della relazione, uccise la moglie ed il fratello. La sua punizione sarà il cerchio più basso dell’inferno, la  Caina  riservata agli assassini dei parenti. Un nuovo significato, affine ma non identico ai precedenti, è dato da Friedrich Schiller nella sua  Ode alla gioia musicata da Beethoven nell’eterna nona sinfonia. La dimensione intima e privata dei due amanti danteschi o catulliani è ora amplificata al massimo grado verso tutta l’umanità che si riunisce sotto l’ ala fremente  della gioia. L’appello di Schiller è esplicitamente rivolto alle moltitudini : “ abbracciatevi moltitudini! / questo bacio vada al mondo intero ”. La stessa natura è innervata di un principio di gioia che la porta a vivere in armonia con le creature, uomini compresi. Eppure questa non è la visione di una natura idilliaca e quieta come quella ritratta nei quadri pittoreschi di Constable. Schiller conosceva la sensibilità romantica, sapeva che nella natura vivono profondi contrasti e forze che spaventano l’uomo. L’invito che egli fa nel suo inno è proprio ad una convivenza consapevole e rispettosa fra gli uomini e fra uomo e natura. Natura che dal canto suo non manca di gratificare l’uomo in quanto “ Baci ci ha dato e uva, un amico, / provato fino alla morte!” . Placido Domingo nei panni di Otello Placido Domingo nei panni di Otello È ancora un appassionato bacio a chiudere il primo atto dell’Otello musicato da Giuseppe Verdi su libretto di Boito nel 1887. Otello e Desdemona rimangono soli a contemplare il cielo rinnovando le proprie promesse d’amore ed il dialogo raggiunge vette liriche fortemente suggestive. “ E tu m’amavi per le mie sventure / ed io t’amavo per la tua pietà ” sono i versi che riassumono la storia d’amore del Moro con Desdemona e che un abbraccio commovente suggella al punto che Otello vorrebbe morire all’istante in preda alla gioia più viva. Nelle parole del Moro di Venezia già si intuiscono i presagi del male che si avvicina nella persona di Iago: Otello infatti si chiede per quanto tempo ancora gli sarà concessa tale felicità ed il suo sguardo sul futuro è dubbioso e incerto. Lo riprende Desdemona che distoglie gli occhi dell’amante dal destino e li volge al cielo dove splende alto il pianeta Venere, appena illuminato dal riflesso solare. E mentre la Venere ardente  li osserva nell’alto del cielo stellato, i due si scambiano un bacio, chiusura dell’atto e delle confessioni d’amore appena scambiatesi. Con un salto temporale piuttosto lungo arriviamo al 1997, anno in cui la band statunitense, Sixpence None the Richer, pubblicava in album la canzone  Kiss me , ripubblicata in singolo due anni più tardi. Legata alla serie televisiva Dawson’s Creek, impiegata in diversi film, suonata alle nozze del principe Edoardo di Windsor, questa canzone ebbe un successo mondiale enorme: basti pensare che si dovette registrarne il testo anche in giapponese. Nel ritornello della canzone si ricrea la scena (quasi cinematografica) di una coppia seduta al chiarore della luce lattea della luna mentre una band suona musica. E la conclusione di questo non troppo originale telefilm dal sapore squisitamente americano è il bacio che la ragazza pretende e che il ragazzo è pronto a concedere.
A questo percorso si potrebbero aggiungere tappe infinite. Innanzitutto gli altri spunti letterari, artistici e musicali riguardanti il bacio. Ma ciascun lettore avrà la propria memoria storica e potrà associare al bacio i ricordi più personali ed intimi, quelli che non si condividono e che diventano parte sostanziale della persona umana con la sua storia. Noi abbiamo fatto un breve viaggio che, dalle porte dell’antica Roma agli studi di incisione americani, ha esplorato le circostanze e i modi del bacio. Ci congediamo con un verso dell’Otello, mirabile precursore di tante canzonette moderne che invocano baci dopo baci: infondo i diretti interessati non badano alle forme ma ciò che interessa loro è sempre e solo “ un bacio… ancora un bacio ”. fonte: www.ilritaglio.it Pubblicato da fabrax a 16:07 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: kiss

venerdì 21 giugno 2013

latte tossico




“Latte tossico venduto in tutta Italia”: è allarme

Il latte sarebbe stato contaminato con aflatossine, un fungo cancerogeno con effetti negativi sulla crescita dei bambini, e messo consapevolmente in commercio

UDINE - Associazione per delinquere finalizzata alla frode in commercio, adulterazione di sostanze alimentari e commercio di sostanze alimentari pericolose per la salute. Con queste accuse, è stato arrestato il leader del Cospalat del Fiurili Venezia Giulia, Renato Zampa, altre quattro persone sono state condotte agli arresti domiciliari ed uno fermato con obbligo di dimora. Infine, un’altra persone è ricercata.

Tutti facevano parte di un’associazione che, secondo gli accertamenti dei Nas di Udine, metteva consapevolmente in commercio latte “tossico”. Il prodotto, infatti, al momento della vendita, che avveniva in tutta Italia, era contaminato da aflatossine, micotossine prodotte da specie fungine considerate fra le più cancerogene esistenti e con effetti negativi sulla crescita dei bambini. In alcuni casi, inoltre, è stata certificata anche la presenza di antibiotici.

Il sistema era ormai “perfetto”. Le analisi sul latte, infatti, sarebbero state falsificate con il ricorso ad un laboratorio compiacente, ”allungando” il latte con altro latte non contaminato. Sarebbe stato inoltre utilizzato latte proveniente da allevamenti non autorizzati per produrre abusivamente formaggio Montasio Dop.

In tutto gli indagati sono 24, di cui 17 allevatori accusati di essere consapevoli di immettere in commercio latte contaminato, su un centinaio circa di aderenti ai Cospalat. (da UdineToday)
Stefano

fonte: NEW FREE ITALY Pubblicato da fabrax a 09:09 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: notizie antipatiche

giovedì 20 giugno 2013

culatello

Il Culatello di Zibello  Il re dei salumi: LE SUE ORIGINI 

È ormai noto, a quasi tutti, che le origini del culatello non si possono, disgraziatamente, far risalire al famoso banchetto del 1322 descritto dal ferrarese Bonaventura Angeli, primo storico ufficiale della città di Parma. Si trattava purtroppo di una banale invenzione, che ha permesso a numerosi pubblicisti di annoverare il culatello tra i più antichi salumi nostrani. Omaggi di culatelli venivano offerti dai Pallavicino a Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, e se lo dice Angelo Pezzana non se lo sarà certo inventato. Mancano tuttavia le conferme. In quel secolo, in ogni caso, il culatello costituiva probabilmente un dono regale: il pegno che i sudditi fedeli facevano ai loro signori; del resto questo omaggio potrebbe essere carico anche di significato simbolico: uno scambio di "investiture".

Il culatello infatti viene "investito", ricoperto e strettamente legato o nella sua vescica o in quella di un bovino, oppure nel "sunsén" (pelle di grasso che copre il polmone) di consistenza simile alla vescica. Il termine "investitura" compare nel 1691 nel Gioco della Cuccagna che mai si perde e sempre si guadagna, un passatempo simile a quello dell'oca, disegnato dall'incisore bolognese Giuseppe Maria Mitelli (1634-1718) che individua in questo salame la specialità gastronomica di Parma. L'immagine conosciuta dai principali cultori dell'arte culinaria cittadina non è stata unanimemente interpretata. La somiglianza di questa investitura con l'odierno culatello, sembra invece evidente almeno per quanto riguarda le dimensioni.

Un minimo dubbio potrebbe sorgere per l'assenza della particolare forma, tipica del salume di Zibello, a "pera". D'altra parte non sarebbe forse ammissibile che il Mitelli avesse del salume una semplice conoscenza da buongustaio? È lecito chiedersi anche per quale ragione il culatello compaia prima nell'iconografia che in altri documenti; ancora una volta la risposta è da ricercare nell'eccessivo pudore degli scrittori nei confronti del
termine.

La prima citazione esplicita del culatello risulta in un documento del Comune di Parma del 1735, nel quale, sulla base di disposizioni precedenti date l'11 maggio, vengono elencati i prezzi dei prodotti ottenuti dalla lavorazione dei maiali. Si tratta del Calmiero della Come Porcina salata, in esso si riporta per la prima volta il termine "culatelli senz'osso". Grazie a questo documento, oggi si può affermare che è conosciuto da almeno due secoli e mezzo. Un altro atto del Comune di Parma, il Calmiero della Come Porcina salata... del 9 aprile 1805, non lascia dubbio alcuno sull'esistenza del culatello inteso nell'accezione moderna. Basta scorrere l'elenco delle carni per accorgersi che il suo valore è il più elevato. È una conferma del Calmiere del 3 aprile 1776 pubblicato da Enrico Dall'Olio. Una volta conseguito il pieno riconoscimento del proprio valore come prodotto gastronomico, il culatello perderà la qualifica di investitura e risulterà fra i termini registrati dai vocabolari, grazie anche ad alcune prestigiose mediazioni: la prima, del 1818, è dovuta al poeta dialettale parmigiano Giuseppe Callegari che in una sua novella cita due specialità parmensi fra quelle ammannite in Paradiso: la Bomba di riso e il Culatello; l'altra proviene dal carteggio fra lo scultore Renato Brozzi, di Traversetolo (Parma), e Gabriele D'Annunzio.

Il Brozzi conosceva bene questa prelibata investitura e riforniva volentieri il poeta che, da avido ghiottone, considerava il culatello una vera panacèa. Se il culatello affonda le sue radici nella memoria storica della cultura contadina, è proprio in questa zona che raggiunge la sua perfezione: nei casolari della Bassa, dove la tradizione mantiene viva la qualità di un cibo inimitabile, degno delle mense più raffinate, e dove è ancora possibile rivivere l'immagine della figura femminile che mostra le investiture di Parma rappresentate dal Mitelli oltre 300 anni fa.


fonte: www.stradadelculatello.it Pubblicato da fabrax a 10:26 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: specialità della casa

in Islanda


caccia alle baleneL’Islanda è tornata a dare la caccia alle balene. La scorsa notte le navi baleniere Hvalur 8 e Hvalur 9, di proprietà dell’armatore Kristjan Loftsson, sono uscite dal porto di Reykjavík. Hanno l’obiettivo di uccidere nei prossimi mesi fino a 184 balenottere comuni: animali che, a dispetto del nome, rischiano l’estinzione. La loro carne – come avviene da anni – sarà esportata inGiappone, dove almeno in parte diventerà forse cibo per cani: mangiare balene è un tradizione nipponica che va spegnendosi. E – orrore degli orrori – le navi baleniere di Kristjan Loftsson usano un carburante che contiene il 20% di olio di balena. L’armatore dice che è ecologico (!) e costa poco. Insieme alla Norvegia, l’Islanda non rispetta la moratoria internazionale alla caccia alle balene in vigore dal 1986. La Groenlandia si mostra assai riluttante di fronte alla moratoria per via, afferma, della tradizione e della cultura nativa. Il Giappone uccide le balene, ma dice che lo fa in nome della ricerca scientifica. Tuttavia la carne viene immessa sul mercato. Anche in Islanda il consumo di carne di balena è un’abituine in declino. La caccia è rimasta ferma per due anni: le balene sono assorbite praticamente solo dal mercato del Giappone, la cui economia ha pesantemente risentito del catastrofico terremoto del 2011 e delle sue conseguenze immediate, lo tsunami e la tragedia di Fukushima. Sta di fatto che le balenottere comuni, diventate rare dopo secoli di caccia spietata, in queste settimane vengono uccise per portarle in tavola, magari per darle ai cani (almeno di questo il Giappone pare che si vergogni un po’) e per ricavare dalle loro carcasse l’olio che verrà immesso nei serbatoi delle navi baleniere. A questo proposito, l’armatore Kristjan Loftsson ha detto nel febbraio scorso al Sunday Times che ogni sua nave baleniera brucia l’equivalente di una balena durante la stagione di caccia e che l’olio di balena mescolato al gasolio gli consente di risparmiare centinaia di migliaia di sterline. Inoltre, secondo lui, l’olio di balena è anche un carburante ecologico poichè viene estratto dalle carcasse grazie al calore fornito dai vulcani islandesi. fonte: www.blog-news.it Pubblicato da fabrax a 10:15 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: notizie antipatiche

mercoledì 19 giugno 2013

Eve


Pubblicato da fabrax a 11:13 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: donne rappanti


canadese bomba dell'oca

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Carlo Bertani

Carlo Bertani blog: un piccolo spazio aperto sul mondo, qui e sul sul mio sito, www.carlobertani.it..e adesso http://italianzihuatanejo.blogspot.com/

21 novembre 2017

Riflessioni sui cavalli e sulle loro mosse


I media mainstream l’hanno un presa sotto gamba, quasi con fastidio, altri con ironia: vediamo cosa sottende, dove punta la mossa di Ingroia e Chiesa, a cosa può portare, i suoi punti deboli…insomma…analizziamo un po’ questa sortita e dove può condurre. Anzitutto gli attori: Giulietto Chiesa non ha bisogno di presentazioni, è stato l’uomo di Mosca per molti anni nel panorama politico italiano. A suo merito, il non averlo mai nascosto, mentre l’uomo di Washington, nel PCI, era altrettanto legato, ma da un legame sotterraneo che si vide in anni futuri a cosa doveva condurre: mi riferisco a Giorgio Napolitano.
Le altre persone che appoggiano tale “movimento” sono altrettanto chiare nei loro intendimenti: il gen. Fabio Mini e Franco Cardini, entrambe note per le loro prese di posizione molto critiche nei confronti dell’establishment, per aspetti molto lontani ma identica chiarezza di vedute. Non conosco il gen. Nicolò Gebbia, perciò mi asterrò dal citarlo nel testo. Gli aspetti che il gen. Mini ci ha sempre sottoposto – con scritti lucidi e documentati – si riferiscono al costosissimo malfunzionamento delle Forze Armate italiane, e dobbiamo rendergli merito per aver fatto tutto questo, perché non è facile – in quell’ambiente – gettare certi “sassi nello stagno” come lui ha fatto. Franco Cardini ci ha messo a conoscenza di molti retroscena del passato, per quanto riguarda aspetti economici e di confronto con le istituzioni europee.
Alla base di tutto, i due fondatori puntano l’indice su due aspetti che sono diventati punti cardinali del nostro tempo: la Costituzione italiana e la dicotomia – oramai tramontata e solo apparente – fra destra e sinistra. Partiamo dalla Costituzione.
Molti dicono che è la più bella del mondo e, da come si scagliano contro di essa i potentati finanziari internazionali, viene da credere loro. Nata da un lavoro di politici e giuristi con gli “attributi” al posto giusto, la sua gestazione durò solo pochi mesi: fu un lavoro coerente e abbastanza preciso nelle sue indicazioni, quella era gente che sapeva fare queste cose, avevano le idee chiare e riuscirono a “limare” in modo soddisfacente i contrasti che, comunque,  rimasero sottotraccia. Dobbiamo riflette sui loro tempi e sulla loro fretta: c’era un Paese distrutto e sconfitto da rimettere in piedi. Se avete dei dubbi, riflettete su quanto ci hanno messo gli attuali politici per imbastire una legge elettorale che sarà cassata – anch’essa – dalla Corte Costituzionale: tanto tempo per una ciofeca.
La Costituzione italiana nacque da due “filoni” palesi ed uno occulto: il mondo cattolico (ed atlantista) ed il mondo socialista, legato al “sol dell’avvenire”. Non mancò, però, una importante sezione (soprattutto sul lavoro) che proveniva dalla Costituzione della RSI, che possiamo definire del “Terzo Fascismo”. La Costituzione della RSI era, per alcune parti, estremamente moderna: tutti sapevano, all’epoca, che era un mero esercizio a “futura memoria”, nulla che si potesse realmente applicare in quel disastro durato nemmeno due anni. Una sorta di “lascito”, forse un’autocritica sugli errori commessi nelle due precedenti fasi del Fascismo: i costituzionalisti se n’accorsero e non vollero tacitare quelle istanze – molto vicine a quelle socialiste dell’epoca – ma, comunque, prodotte dal nemico appena sconfitto. Un rimarchevole atto di pacificazione.
Cosicché, la nuova Costituzione nacque come un buon equilibrio fra le istanze del libero mercato e quelle delle classi subalterne: non fu mai applicata totalmente, ma sotto il lungo regno democristiano fu seguita abbastanza alla lettera. Non approfondiamo i motivi per la quale la classe politica se ne allontanò, altrimenti non finiremmo più.
Nei primi anni della Seconda Repubblica, soprattutto Romano Prodi cercò di non violentarla troppo – laddove c’erano degli evidenti contrasti – con le nuove normative europee: un lavoro più di cesello che di spada, al punto che il dibattito costituzionale, in quegli anni, fu quasi assente. Cardini ha messo all’indice, spesso, quelle “dimenticanze”. Silvio Berlusconi coniò un neologismo che fu un ossimoro di cattivo gusto, la “costituzione materiale”: un non sense, poiché una Costituzione afferma, perlopiù, concetti ideali: se la si “materializza” perde ogni significato. A dire il vero, riesce anche difficile capire cosa possa essere una “costituzione materiale”.
L’unica riforma costituzionale approvata dagli italiani fu quella del 2001, la riforma del Titolo V che creò quel “mostro” dei 21 sistemi sanitari regionali: dopo quella fregatura, gli italiani – che sono meno scemi di quel che si pensi – respinsero al mittente i due, successivi tentativi, 2006 e 2016. Qui s’innesta il secondo problema posto da Ingroia e Chiesa: dopo che, per ben due volte, gli italiani hanno mostrato di non fidarsi di destra e sinistra, ha ancora senso definirle così?
Se si passano al setaccio, chiacchiere al vento elettorale a parte, entrambe le posizioni dei due schieramenti si nota una convergenza più che sospetta: entrambi dichiaratamente atlantisti (che significa un appoggio alla NATO come “gendarme internazionale”), entrambi europeisti e favorevoli a rimanere nel sistema dell’euro senza condizioni, entrambi favorevoli ad una riduzione dello stato sociale in tutte le sue forme – sanità, scuola, salari, pensioni, trasporti pubblici, ecc. – ed una spocchiosa tendenza a salvaguardare loro stessi a scapito degli italiani. Chi rimane fuori?
Poco o nulla. A destra qualche minuscola formazione – pensiamo a Forza Nuova ed a Casa Pound – cercano visibilità da molto tempo, con risultati pressoché nulli. La troppa caratterizzazione di “destra estrema” li rende inaffidabili per la gran parte dell’elettorato, soprattutto riflettendo che “destra estrema” richiama ad una storia lontana: il gollismo, i colonnelli greci…senza andare al Franchismo od a Hitler o Mussolini. Soprattutto, per una questione di valori che sono fumosi o difficilmente applicabili oggi: riflettiamo che, chi ha letto De Benoist – ad esempio – è una sparuta minoranza. A sinistra ancora peggio, perché lì qualche probabilità d’entrare in Parlamento ce l’hanno: solo, c’è una tale confusione che non si distingue più che vorrebbe ritornare ai valori di una vera sinistra da chi, il giorno dopo le elezioni, è pronto a presentarsi a Renzi per chiedere il tornaconto in favori e poltrone.
In mezzo, c’è il primo partito italiano, quel M5S che è cresciuto non tanto senza schierarsi di qui o di là, quanto nel non avere posizioni chiare: fideismo, e basta. Poi, un certo Di Maio va a Washington e rassicura che l’Italia rimarrà legata al carro NATO, ma viene ricevuto da personalità di secondo e terzo piano: chi ce lo fa fare – sembrano dire gli americani – di fidarci di questo signore se avremo a disposizione la grande armata brancaleone di Renzi e Berlusconi? In altre parole, il M5S paga tutta la sua fulgida crescita ottenuta con le non scelte, col rimandare a tempi futuri qualsiasi programma politico, confidando nel fideismo degli italiani – di una parte degli italiani – sul nulla.
Se l’astensionismo verrà confermato intorno al 50%, significa che 14 italiani su 100 sono grillini, e non il 28%, così come 12 sono PD, altrettanti dell’alleanza tenuta insieme (a fatica) da Berlusconi…e così via. In sostanza, se contiamo i voti veri, sono circa la metà delle percentuali che indicano i sondaggi. Rimane una platea di (circa) 20 milioni d’italiani, fra i quali c’è di tutto: da chi non va a votare per scelta, a chi è rimasto fregato troppe volte, a chi è malinconicamente convinto che il declino dell’Italia è segnato da almeno un ventennio.
Questa è l’analisi che, probabilmente, hanno fatto Chiesa ed Ingroia, che non ci sembra proprio campata in aria: in fin dei conti, convincere a votarli il 3% degli italiani potrebbe essere alla loro portata. Una seconda opzione potrebbe essere, all’indomani delle elezioni, cercare un’alleanza con il M5S: in fin dei conti, chiedono principalmente le medesime cose, ossia il rispetto della Costituzione (per la quale, lo scorso anno, il M5S si è battuto) e la revisione dei Trattati europei che mortificano la nostra economia (come Cardini ha ampiamente dimostrato).Italia è segnato da almeno un ventennio. elta, a chi è rimasto fregato troppe volte, a chi è malinconicamente convinto che il de
Dove i due “cavalli” ci sembrano un poco “azzoppati” è sul fronte della comunicazione: strano, visto che Chiesa collabora con Sputnik Italia, e dunque dovrebbe essere esperto in questo campo. Sull’altro versante, il M5S ha evidenziato una enorme carenza sul fronte dell’esperienza politica (e come sarebbe potuto essere diverso?), laddove le personalità che si sono unite ai due “cavalli” sono tutte di larga esperienza politica.
Se questo scenario si realizzasse, all’indomani delle prossime elezioni – lo sappiamo già: in varie salse, dovremo sorbirci altri 5 anni di Renzusconi, con o senza Verdini, con o senza Alfano…non importa…troveranno il modo di mettere insieme maggioranze per la “governabilità”, ossia per continuare a schiaffeggiarci – il M5S potrebbe provare a compiere un’alleanza, perché se aspetta d’avere il 51% non ci arriverà mai e farà la fine che fu del PCI, il “bestione metaforico”, come lo definì Costanzo Preve. “Bestione” perché grande, ma “metaforico” perché solo capace di creare metafore politiche, utili alla sua sopravvivenza.
Non ho – ovviamente – la sfera di cristallo per scrutare il futuro, e dunque rilancio ai lettori questi dubbi, però voglio ricordare una cosa: o noi, da soli, riusciremo a cambiare la classe politica al governo, oppure non c’è da sperare che questi rubagalline rinsaviscano. Il fin dei conti, rubar galline è più comodo che allevarle: chi glielo fa fare? Pubblicato da a 4 commenti: Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su TwitterCondividi su FacebookCondividi su Pinterest Etichette: chiesa, Ingroia, la mossa del cavallo, M5S, partito del popolo

05 novembre 2017

Ricordando Orwell


Non so se George Orwell, quando scrisse “1984”, si rese conto di cosa e, soprattutto, di “quanto” scrisse in quelle pagine che dovettero transitare nella sua mente come un grande sogno, od incubo, prima di finire impresse sulla carta. Mistero della scrittura onirica: viene da chiedersi se grandi e libere menti, da oltre la “siepe”, ci aiutino nel comunicare, perché si comunichi ad altri, in una catena senza fine. Stamani, quando mi sono accorto che mancava la corrente, lì per lì mi sono girato dall’altra ed ho continuato il dormiveglia tranquillo ma, sentendo mia moglie armeggiare con i pulsanti di contatore, ho capito che era meglio scendere dal letto. Tutto nero, senza il minimo rumore: manca il ronzio del frigorifero, il bagliore della stufa a pellet, silenzio assoluto. Fuori, alle prime luci di un’alba scura, piove lentamente e tutto indica tranquillità e sopore ma mia moglie insiste: chiamo l’ENEL.
Dall’altra parte, la solita voce di un call centre che sarà a Bari o a Tirana, risponde d’inserire il codice vattelappesca “che troverà sulla bolletta”: oh certo…al buio, mi metto a scartabellare le vecchie bollette…per fortuna mi salva la domanda di riserva, ossia il numero del vecchio telefono fisso (che, per sola pigrizia, non abbiamo ancora eliminato) e la voce, rassicurante, comunica “che nella zona sono segnalati malfunzionamenti, ma che per le 10 del mattino tornerà la corrente”. Sono le 10.35, ma dell’agognata corrente nemmeno un misero Ampère.
Inutile cercare d’attendere di poter parlare con “l’operatore”: dopo una decina di minuti (dei tre comunicati come tempo d’attesa) preferisco risparmiare la batteria del cellulare. Uno sguardo al web, dal telefonino, non racconta niente: un black out nel savonese di una decina d’ore non merita menzione, così come la Val di Susa bruciata fino alle cime dei monti non doveva esistere come notizia…e qui mi è comparso il vecchio George che diceva “Ricorda…le notizie, la realtà, deve per prima cosa scomparire…noi non sappiamo se l’Alleanza Occidentale combatte con noi o contro di noi, non sappiamo se il bombardamento dei porti del Pacifico sia veramente avvenuto…non sappiamo niente di niente, e rischiamo la vita per sapere qualcosa…”
In compenso, veniamo costantemente informati delle vicende di un tal Briatore, di un certo Sgarbi, o dei ricordi a luci rosse di Sandra Milo: rumore, un fiume di notizie inutili che dovrebbero servire a rallegrare un Paese triste, ma anche ad oscurare – in mezzo a tanto bailamme – ciò che sarebbe meglio che non sapessero. Come i poveri morti del rifugio appenninico crollato per il terremoto, che – prima d’esser morti – chiamarono fiduciosi il 118, e non vennero creduti.
Richiamo, per sapere novità e la solita vocina aggraziata mi comunica che la riparazione del guasto è posticipata alle 12.30: allora, siamo in presenza di un black out abbastanza importante, non di una misera cabina dove sono bruciati i fusibili. Il riscaldamento non può partire (pompa di circolazione elettrica), la stufa a pellet per la stessa ragione: si sta al freddo. Ma non è questo il guaio. Mia moglie, stamani, si è recata in visita presso conoscenti che hanno una persona molto, molto malata e che rimane perennemente a letto. Per alzarla (è molto grassa) si sono attrezzati con un sollevatore meccanico, che funziona a corrente elettrica. Starà nella merda. Ci sono migliaia o centinaia di migliaia di persone (non so quanto è esteso il black out!) che si trovano a dover risolvere problemi gravi e meno gravi, ma la notizia non s’ha da dare: intorno a me, garriscono i generatori a petrolio dei vicini.
Immagino un consiglio d’amministrazione dell’ENEL, dove presentano le scelte da fare nel prossimo futuro: 1) Incrementare le forniture e gli approvvigionamenti, mediante i quali il fatturato salirà da Tot1 a Tot2. Approvazione piena da parte dei grandi azionisti. 2) Incrementare la manutenzione dei sistemi esistenti, ma – in questo caso – ci saranno dei costi…diciamo che l’incremento da Tot1 a Tot2 sarà esiguo, probabilmente nullo. Coro di disapprovazione.
Ciò di cui non si rende conto questa gente, mentre immagina la grande macchina che produce denaro – svelta ed impeccabile nei risultati – è che non è per niente così: l’imprevisto è sempre in agguato, e questi sono imprevisti da niente. Allarme arancione – anche il lessico fa la sua parte – “Allarme”, ossia “state in guardia”, quando a non stare in guardia sono proprio loro, che a fronte di una Domenica appena un po’ piovosa d’Autunno – senza allagamenti, “bombe d’acqua” (ancora il lessico…), trombe d’aria, venti ad oltre 50 nodi, neve, ghiaccio, ecc – s’arrendono come studentelli alla prima gita scolastica e proclamano il timore d’immani tragedie. Se non mancasse la corrente, sarebbe solo un’uggiosa ed un po’ noiosa Domenica d’Autunno: perché deve diventare un “allarme arancione”?
I veri allarmi sono altri: li sapranno?
Nel 1883 esplose il vulcano di Krakatoa e si generò lo stretto della Sonda: immane catastrofe, navi catapultate sui monti, enormi massi erratici scagliati a 100 km di distanza, ferrovie contorte come fuscelli, 40.000 morti. L’esplosione fu udita dall’Australia al Madagascar, ossia a 3000 miglia di distanza: viene considerato il più forte boato mai udito in epoca storica. Le polveri lanciate in aria dal vulcano oscurarono parzialmente la radiazione solare per un intero anno: si può affermare che l’agricoltura si “fermò” ovunque, per un’intera stagione agricola. Siccome in quell’area le zolle tettoniche girano come sulle montagne russe, da quell’esplosione nacque un altro sistema vulcanico, Anak Krakatau (figlio di Krakatoa), che le autorità indonesiane hanno dichiarato zona off limits per la navigazione, vista la brutta abitudine del “giovane” vulcano d’alzare improvvisamente il livello delle acque marine: stavi pescando, e ti ritrovi su una montagnola di cenere. Probabilmente, lì si generò la grande onda anomala che distrusse Sumatra alcuni anni or sono. Ma c’è di peggio.
Nel 1859 ci fu una tempesta magnetica che interessò tutto il Pianeta. Siccome le tempeste magnetiche – in un mondo privo di macchine elettriche, al massimo facevano impazzire le bussole delle navi – non ci furono danni, salvo l’interruzione delle prime comunicazioni telegrafiche. Non si hanno abbastanza notizie storiche sulla frequenza di questi eventi: oggi, cosa accadrebbe?
I sovraccarichi sulle grandi linee di trasporto elettrico si scaricherebbero sui grandi trasformatori di rete in una frazione di secondo e li brucerebbero all’istante: per ovviare a tali danni, bisognerebbe conoscere in anticipo l’arrivo di una tempesta magnetica e la sua entità per, immediatamente, staccare la rete mondiale dalle fonti di produzione. Una prospettiva che prevedrebbe una struttura mondiale in grado di prendere decisioni di tale portata in pochissimo tempo e senza intralci. Beh – direte voi – si cambiano i trasformatori… I trasformatori sono macchine statiche, ovverosia soltanto un anello (o quadrato) di comune Ferro ed avvolgimenti di cavo di Rame: niente di tecnologicamente difficile da produrre.
Il guaio è che queste macchine – proprio perché statiche – sono molto longeve, e dunque la produzione di questi grandi trasformatori è scarsa, praticamente si produce soltanto per nuove linee e centrali di distribuzione dell’energia e per (rare) sostituzioni. Siccome le aziende produttrici sono poche, e i grandi trasformatori pesano tonnellate, per sostituire tali macchine sulla rete mondiale ci vorrebbero parecchi anni. Altro che black out di 12 ore per una centralina in avaria! Inutile dire che non esiste nessun piano, concordato anzitempo a livello internazionale, per trovare rimedi a queste calamità che si presentano abbastanza frequentemente nella Storia: in sostanza, sono soltanto aurore boreali d’intensità di gran lunga superiore, dipendenti dai “capricci” del Sole.
Peccato che la Storia delle calamità naturali sia ancora scarsa di dati e poco conosciuta: non andiamo fino al disastro di Toba di 75.000 anni or sono, laddove la popolazione mondiale fu quasi azzerata. Difatti, i biologi s’attendevano una maggior varianza genetica nel genere umano ma, probabilmente, Toba fu una “seconda nascita”: per poco (si stima una sopravvivenza all’evento di poche migliaia o decine di migliaia d’individui) non ci estinguemmo 75.000 anni or sono.
Morale. Il capitalismo, in realtà, ha smesso da tempo di soddisfare le necessità umane, e di cercare di cautelarsi prevedendo i possibili rischi: si è avvitato in una spirale d’investimenti e profitti che trascende dalla realtà esistente. Si scommette sulla clemenza degli eventi naturali per fare profitti, e si tenta in ogni modo di nascondere ciò che potrebbe suscitare dei dubbi. Una roulette, sulla quale cala un panno quando esce lo zero. Di questa serie fanno parte gli OGM, il riscaldamento globale e tanti argomenti sui quali ci vogliono schierati a chiacchierare e magari ad azzannarci. Senza, ovviamente, prevedere dei rischi che sono reali, comprovati da veri eventi storici: farebbero perdere tempo, troppi pensieri, meno investimenti.
Allo stesso tempo, però, c’è la necessità di far vivere le popolazioni in uno stato d’ansia e d’eccitazione affinché non si ribelli, mediante una comunicazione mirata a debellare ogni speranza d’autosufficienza: un attentato ogni tanto serve, la cronaca nera deve essere assillante, ecc, mentre – sull’altro versante – un mare di notizie ed intrattenimenti che, scatenando la libido, favoriscano la favola dell’eterna cornucopia per molti, ma non per tutti perché gli altri non sono ancora abbastanza “bravi” per godere di quei frutti: corri, ragazzo, corri! Per questa ragione i giornalisti televisivi sono le figure più pagate dal sistema: ancora una volta, Orwell…
In realtà, solo il 3% della popolazione mondiale gode pienamente i frutti del capitalismo, in Italia circa il 10% (che possiede la metà della ricchezza) e alle masse di diseredati (come ben ricorda Serge Latouche) si presenta il simulacro della scommessa vinta dal mondo Occidentale contro la Natura e contro tutte le avversità. Noi siamo i vincenti: imitateci!
Cosa rispondono? Beh, se ci sono dei danni, anche gravi…assicuriamoci! Oh certo, così mangeremo il denaro delle assicurazioni…sempre che, in un Pianeta privo d’energia elettrica per anni, si trovi ancora un assicuratore…vivo! Pubblicato da a 1 commento: Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su TwitterCondividi su FacebookCondividi su Pinterest

31 ottobre 2017

Perché si suicidano?

Non so come sono capitato sulla notizia: la Nuova Zelanda ha il record mondiale nei suicidi di giovani in rapporto alla popolazione (1). Chi l’avrebbe mai detto. E pensare che ero andato a finire su un sito neozelandese per questioni di vela e di mare…i “kiwi”, uno degli Stati dove è più difficile stabilirsi per lavoro…un ecosistema incontaminato…ci hanno persino girato “Il signore degli anelli” perché gli scenari naturali sono incantevoli… E questi si suicidano. Detto così, sembra quasi inconcepibile visto che la Nuova Zelanda continua la sua crescita economica in piena recessione mondiale e, anzi, ha allentato i cordoni della borsa anche sul fronte immigrazione. Eppure, i dati sono inconfutabili: il doppio dell’Australia, il triplo della Gran Bretagna…e così via.
Così, mi sono messo a cercare cosa dicevano di questa vera e propria “massa” di giovani che ogni anno si tolgono la vita gli “addetti ai lavori”, ossia sociologi e psicologi ma…a parte qualche intuizione sensata, non mi hanno convinto. Certo, che la cultura maori sia profondamente maschilista, che i miti della forza siano propalati ai quattro venti…che chi non si sente “macho” al mille per cento fosse un po’ in difficoltà…tutto questo ci sta, ma non spiega questa vera e propria epidemia di suicidi giovanili. I più uomini, ma anche tante donne.
Poi, mi sono imbattuto in questo articolo (2), che ha iniziato a squarciare il velo del “politically correct” ed a fornirmi qualche buona riflessione. E mi è tornato alla mente un ragazzo canadese, che viveva a Torino insegnando yoga, in anni lontanissimi…il quale, la sera, andava a zonzo a Porta Nuova, la stazione centrale. Bisogna dire che, all’epoca, Porta Nuova non era un luogo pericoloso: ci andavo a comprare la prima edizione della “Stampa”, che usciva intorno all’una di notte. Perché? Un giorno gli chiesi. La risposta fu strabiliante: “se tu fossi vissuto in un posto dove i tuoi vicini sono a 50 miglia da te, correresti alla stazione tutte le sere, per vedere i visi, tanti, le persone, le espressioni…” Già, proveniva da una zona del Canada con una popolazione di 1 abitante per chilometro quadrato…eppure in Canada non si suicidano come in Nuova Zelanda…
Siamo abituati a vivere al centro del mondo, e non ce ne rendiamo nemmeno conto: in due ore di volo abbiamo Roma, Parigi, Londra, Vienna, Madrid, Berlino, Amsterdam, Atene… La Storia dell’umanità abita nella porta accanto: un amico che abitava a Trastevere, al piano terreno, aveva la parte bassa dei muri perimetrali che erano ancora quelli costruiti dai Romani, poi altri costruirono sopra, e via…non lontano da Regina Coeli. “Mentre attraversavo il London Bridge…” recitava una ballata medievale…e noi non ci stupiamo poi neanche tanto: attraversiamo il London Bridge ed entriamo nel quartiere di Banks, la gioia degli investitori internazionali. Non riusciamo nemmeno ad immaginare cosa vuol dire vivere in una “natura incontaminata” 365 giorni l’anno, con la sensazione che tutto quel che capita nel mondo avvenga a diecimila miglia dal cottage in stile inglese circondato da montagne, che sembra “incapsulato” in un mondo che non vuoi, che ti annoia, al punto di toglierti il gusto della vita.
Fra le ragioni citate dai sociologi una mi ha colpito: “una colonizzazione mai completata”. I Maori non saranno d’accordo, ma le cose sono andate così: gli inglesi avevano i fucili, loro archi e frecce. Bisogna guardare avanti. La leggenda dei “due cuori e una capanna”, magari al limite di un bosco infinito, si stempera nella realtà di figli che vedono il mondo solo su Internet, quando c’è. Questo è il risvolto delle colonizzazioni inglesi, condite con severi stigmi razziali, senza curarsi del domani: un boccale di birra, la sera, ogni tanto la sbornia all’osteria (miglia e miglia…) e quattro vecchie ballate, uguali nei secoli. Questi ragazzi, coi loro suicidi, sono paradossalmente dei rivoluzionari: fanno una richiesta estrema, dateci qualcosa per vivere!
Anche altre nazioni del Commonwealth britannico soffrono di simili problemi, come l’Australia (un continente con 24 milioni d’abitanti!) ma non il Canada, che ha saputo prevenirli per tempo. L’agricoltura canadese è gestita in modo assai ingegnoso: le famiglie si spostano nei campi (gestiti con molta tecnologia) solo nella buona stagione. A Luglio mietono il frumento, ad Agosto arano ed a Settembre seminano: poi, via in città (di medie dimensioni, ma con un’offerta culturale e sociale appagante). Che ci stai a fare in luoghi coperti dalla neve, regni di lupi ed orsi, a dieci o venti sotto zero? Ad immaginare le piantine di grano sotto la neve? Bisogna anche riconoscere che il Canada non è solo anglosassone, una buona dose di sangue francese scorre nelle loro vene: una cultura più permissiva dei tetri luterani anglofoni.
Forse un po’ di sangue latino è quel che ci vorrebbe per mitigare quelle lande desolate, che il British Empire disseminò nel pianeta, macinando le culture autoctone e sostituendole con l’effige di un re che viveva all’altro capo del mondo.
Tutto ciò, però, richiama alla nostra attenzione le migrazioni, sempre esistite dai primordi dell’umanità, spesso accompagnate da guerre, poi da fusioni di culture, infine da periodi di stabilità. Per, poi, tornare da capo con una nuova migrazione.
Va da sé che l’attuale migrazione verso l’Europa sia antistorica: coloro che migrano non giungono in armi per sottomettere un’altra popolazione, bensì vengono addirittura accolti. Se fosse soltanto un problema economico e sociologico la storia finirebbe qui, giacché non ha nessun senso. E’ vero che, per alcune strutture economiche, la presenza di persone che vivono ancora il rapporto uomo/animale in modo ancestrale – non corrotto dalla Disney! – torna utile: basti riflettere su tutta la “filiera” dei prodotti d’origine animale: carne, latte, formaggi. Solo per il parmigiano ed il grana padano sono decine di migliaia i magrebini, neri o slavi che hanno trovato un’occupazione. E bisogna riconoscere che pochissimi giovani italiani 3.0 ambirebbero a diventare mungitori, mandriani, fattori, ecc. Piuttosto, preferiscono elemosinare un “favore” da parte di un politico, oppure scaldare la poltrona di papà e mamma. Finché dura.
E’ una realtà della quale dobbiamo prendere coscienza: molti anni fa, un ufficiale degli Alpini mi raccontò che la transizione “oltre il mulo” – di là delle questioni d’ordine tattico/strategico – era inevitabile, giacché s’era inaridita la fonte dei ben noti “conducenti di mulo”, ossia la società agropastorale di un tempo. Non puoi sbattere un ragazzotto cresciuto a pane e nutella a fianco di un mulo, perché manca quella conoscenza dei “segni” che nascono da generazioni d’esperienza. Anche negli eserciti professionali: è il medesimo problema. Eppure, gli Alpini sono andati in Afganistan, caldamente desiderati dai comandi statunitensi: era una guerra di poveri, fatta da gente povera con mezzi primitivi – fucile, razzo, esplosivo – roba di un secolo fa per noi. Ci voleva gente abituata a quegli scenari di guerra in montagna, della guerra dei poveri.
Ma, di là degli scenari bellici – se torniamo alla Nuova Zelanda – forse scopriamo che per l’immigrazione (o completamento della colonizzazione) si è atteso troppo tempo, al punto che la società ha perso la spinta vitale, il senso del vivere. Osservate questi, sintetici e semplici, dati:
Italia Superficie: 301 340 km2 Clima: temperato caldo Abitanti: 60.532.325 Densità della popolazione: 201,1 ab./km2
Nuova Zelanda Superficie: 267 710 km2 Clima: temperato piovoso Abitanti: 4.578.900 Densità della popolazione: 17 ab./km2
All’atto dell’Unificazione, l’Italia aveva circa 20 milioni d’abitanti: 4 volte gli abitanti della Nuova Zelanda attuali! Per avere una densità simile a quella neozelandese, bisogna risalire a prima del 1800! Abbiamo compreso che l’attuale fase migratoria dall’Africa all’Europa è stata abilmente diretta, distruggendo quel poco di buono che gli africani erano riusciti a creare: osservandole oggi, le cosiddette “primavere arabe” sono state la dissoluzione di qualsiasi tentativo di superare l’eterno medio evo islamico, laddove l’assenza del pensiero illuminista li imbriglia in un mondo ancestrale. Libia e Siria erano gli Stati nel mirino dei globalizzatori, e Libia e Siria sono state forgiate col fuoco per anni, affinché smarrissero le strade tracciate da Gheddafi e da Assad per accomunarsi nell’indistinto marasma mediorientale, con la conseguente rapina delle risorse destinate alle popolazioni. La lezione di Mossadeq è sempre attuale. La Siria pare, oggi, salva ma domandiamoci: quanto ci vorrà per uscire da questi anni di guerra e distruzione? La Libia è, oramai, uno scatolone di sabbia e basta.
L’immigrazione di massa, dunque – soprattutto in un Paese come l’Italia che vive in recessione da decenni – non è servita a niente: né agli italiani, né agli africani. Forse quella più “centellinata” dei decenni precedenti qualche frutto l’ha dato…riflettendo che, parimenti, c’è un movimento d’emigrazione dall’Italia verso l’Europa e gli USA.
Una nazione con circa 40 milioni d’abitanti potrebbe essere più stabile per il territorio italiano, mentre non è pensabile avere una nazione (Nuova Zelanda) grande pressappoco come l’Italia che non raggiunge i 5 milioni d’abitanti. L’uomo è un animale sociale, che vive in questa socialità (e, dunque, anche nelle migrazioni) un rapporto di incontro/scontro, laddove gli estremismi (no ai neri! accogliamoli tutti!) non servono ad altro che ad alimentare risse da pollaio. Senza risolvere nulla.
Sappiamo che, generalmente, le società ricche ma con poche fiducie (e sogni) tendono ad un edonismo quasi malinconico, che li dissangua sul fronte della natalità. Fin che ci sono risorse (statali) per alimentare artatamente il cosiddetto “terzo figlio”, queste società riescono a sopravvivere, ma la sperequazione nella ripartizione della ricchezza (fortemente voluta dal sistema finanziario) le conduce verso il cul de sac dell’estinzione.
Il fenomeno neozelandese ci racconta un nuovo aspetto: anche in presenza di un’economia in crescita e di un certo benessere economico, la società soffre, al punto che i giovani si tolgono la vita. Qual è il punto d’equilibrio?
Oggi, in Italia, si sente urlare da più parti che siamo stati “invasi”, che siamo troppi, che ci dà fastidio la sovrappopolazione, che non sopportiamo questa “gente” a “casa nostra”, ecc. A ben vedere, questo è quello che (giustamente o no) prova un cittadino, ossia un abitante di una città. Ma nel territorio, le cose vanno proprio così? Intere valli si stanno spopolando: prima se ne va la farmacia, poi il giornalaio, quindi il tabaccaio…rimane l’ultimo bar, ma solo per qualche tempo. Poi, poche case abitate, buie, solo riflessi di Tv accese con vecchi che attendono la morte oppure il ricovero nelle strutture per anziani. Muoiono. Figli e parenti ereditano: cosa se ne fanno, gli eredi, di queste case? Le vendono per quattro soldi – se ci riescono – oppure le chiudono e vanno in rovina. Qualcuno dice: potrebbero darle ai migranti, se non sanno dove andare, cosa fare, ecc…non discuto la validità (oppure no) di queste ipotesi, però faccio notare una cosa.
Per pianificare un simile intervento – che si tratti di giovani italiani o migranti – bisogna avere la capacità di strutturare un piano pluriennale, seguirlo, correggerlo dove non funziona…in altre parole, attuarlo. Abbiamo una classe politica in grado di farlo? Anni fa, quando s’iniziò a meditare sulle biomasse per il riscaldamento domestico, una delegazione di imprenditori del settore si recò dal governo (non ricordo quale) e chiese: se procediamo con queste scelte, dobbiamo saperlo per tempo, perché dovremo progettare e costruire nuove macchine agricole, una tecnologia diversa da quella attuale. Pensate che qualcuno abbia risposto? Ecco. Negli stessi anni, un ricercatore dell’ENEA stese un piano per recuperare le cadute d’acqua un tempo sfruttate dai mulini ad acqua o da altre, simili strutture. Erano circa 800 MW di potenza idroelettrica (una stima minimale), l’equivalente di una grande centrale a carbone. Se ne fece qualcosa? Ecco.
Oggi importiamo quasi la totalità del pellet che usiamo, mentre – ogni tanto – qualcuno rialza la testa e chiede centrali nucleari. Siccome le risorse sono sul territorio, e a nessuno importa niente di trovare i modi per utilizzarle, tutto va a ramengo: come vedete, non è una questione di scelta fra italiani o migranti, è la scelta di fare o non fare degli interventi, poi, chi devono essere gli attori del piano non m’interessa, m’interesserebbe che qualcuno meditasse d’averne uno.
Così, viviamo una situazione paradossale: atmosfere da banlieu parigina in – stimiamo – un centinaio di città e situazioni “neozelandesi” nel territorio, invaso da cacciatori, cicloturisti, guardoni di uccelli, boy scout quarantenni, comitive dell’associazione ex combattenti, gitanti sperduti ed ammennicoli vari. Metà della popolazione non ha i mezzi per campare decentemente nei centri abitati – la deindustrializzazione ha colpito duro – mentre l’altra metà saprebbe come fare, ma la distruzione della società agropastorale non è stata avvertita per tempo, ed il “collante” fra gli attori sociali è andato perduto. In Nuova Zelanda la colonizzazione non è stata “completata”, mentre da noi diciamo che è andata perduta.
A parte i morti per rissa, alcool, droghe e coltellate varie…a quando i primi suicidi d’adolescenti?
1) http://www.ilpost.it/2012/04/26/economist-mortalita-giovani/ 2) http://www.italiansinfuga.com/2012/02/27/in-nuova-zelanda-non-ci-tornerei-a-vivere-neanche-morta/ 3 commenti:

27 ottobre 2017

Questa sera ho provato un brivido

Che strana giornata. Apri il notiziario e ti raccontano due cose: che la Catalogna s’è dichiarata indipendente e che la Corte Europea ha condannato l’Italia per i fatti del G8 di Genova. Cos’è comico e cos’è tragico? Niente, non c’è nulla di tragicomico nelle due notizie, perché – per entrambe – non riusciamo a cogliere la vera portata: non cosa “ci sta dietro” – perché dietro non c’è proprio niente – ma cosa ci sta attorno. E’ dagli attributi che si definisce una realtà, non dalla sua enunciazione. Questa sera, in tutti gli edifici pubblici di Barcellona, la bandiera spagnola è stata ammainata ed è stata sostituita dal classico stendardo catalano. E’ una questione seria, ma non perché la vicenda della separazione sia seria, perché – a differenza degli italiani – gli spagnoli sono gente seria, serissima.
Spesso pensiamo di trovare negli spagnoli una “sponda” che ci faccia sentire “d’essere a casa” perché siamo due popoli fratelli, in qualche modo cugini, con lo stesso sangue. Niente di più falso. Pensiamo agli spagnoli come agli “amiconi” di sempre perché più simpatici dei boriosi francesi o dei malinconici lusitani, e non parliamo dei greci – “una faccia, una razza” – quando non c’è proprio nulla che avvicini due vicini così distanti. Con gli spagnoli cadiamo in un tranello linguistico: è vero, in qualsiasi luogo della Spagna, parlando lentamente ed aiutandosi con la gestualità, alla fine si riesce a farsi capire. Ma tutto finisce lì. Storicamente, siamo agli antipodi.
Noi, nazione giovane, preda per secoli di tutte le case regnanti europee, abbiamo finito con l’imparare ad usare la nostra debolezza, a farla diventare una minima forza. Pensate alla Napoli del ’44, od a Totò che cerca di vendere la fontana di Trevi a due ignari turisti.
Loro, alle prese con un impero che andava dalle Filippine a Madrid – perduto, vero – ma la mentalità imperiale li ha nutriti per quasi cinque secoli, cinque secoli durante i quali noi stavamo proni al cospetto di un viceré od un governatore, spagnolo, francese od austriaco che fosse.
E voi, credete che le parole di Rajoy siano acqua, pronte a lisciare le pietre sotto il ponte? Immaginate che ci sarà qualche “patto” della crostata o della pagliata, della polenta o della salsiccia che metterà tutto a posto? Signori, non siamo in Italia, rammentatelo.
Nella stessa giornata, da noi, un movimento che nacque trent’anni fa con l’obiettivo di liberare il Nord dalla (a loro dire) sanguisuga romana, ha deciso di cancellare la parola “Nord” dal simbolo. Sarà semplicemente “Lega”: non si sa di che cosa e perché (Renzusconi lo sa, ovvio) ma state certi: per il popolo di Pontida, per quelli che si nutrono di corna celtiche e d’altre, simili facezie, sarà sempre il Verbo. Anzi, il SalVerbo.
Sempre oggi, una Corte Europea ha sanzionato che imprigionare le persone, farle denudare per poi fare loro gridare “Viva il Duce, viva il Fascismo!” è una cosa che non va, non va proprio bene. E, soprattutto, una certa caserma Diaz è in contrapposizione con un certo codicillo chiamato “Habeas Corpus” di matrice anglosassone (certo: anche loro l’hanno scordato) che data al XII secolo. Ciò conferma che la regia di quella operazione fu nelle mani dell’allora ministro dell’interno, un certo Fini, divenuto fascista perché all’uscita del cinema assistette ad una rissa fra “rossi e neri” e si sentì dalla parte dei neri (sue parole). Un certo Fini poi trasmigrato fra i palazzinari di mezza tacca, uno che s’è venduto l’appartamento del partito alla gentil nuova consorte, passando attraverso la mediazione di un mafioso dei Caraibi. Sembra la trama di un film poliziesco/comico, un film alla Thomas Milian, che rideva di se stesso (lui, grande latinista!) prestando la sua faccia per tinteggiare il peggio del poliziotto “de no antri”, quasi volesse fare il verso al grande Alberto Sordi.
Ora, signori miei, io non so se si arriverà ai carri armati, ma so soltanto una cosa: dipenderà dai catalani, non dagli abitanti di “Castilla y Léon”, perché se una regola è una regola, per uno spagnolo è legge, per un italiano è una pinzillacchera da fottere, o da rimaner fottuti, ma sempre nell’ottica di Flajano “la situazione è tragica, ma non è seria”. Purtroppo (o per fortuna) uno spagnolo non potrà mai comprendere Flajano. 1 commento:

12 ottobre 2017

Essere naif, l’unica possibilità

Funzione (o campana) di Gauss
Rotolano sui giornali notizie a valanga: legge elettorale, Rosatellum (cos’è, un vino?), Italicum (beh, siamo tutti italiani…), “sbarramento” (beh, siamo abituati alle strade sbarrate…sono libere solo per i soliti noti…), Mattarellum (di pertinenza dell’inquilino del colle), alla francese, tedesca, spagnola (sono forse variazioni del kamasutra?), fino a proposte incomprensibili: “Verdinellum”, “Consultellum”…tutte figlie di una sola madre, detta Porcellum. Dichiarata illegale: tutte queste persone che blaterano ed occupano gli spazi televisivi, fra una pubblicità e l’altra, sono dunque fasulli, degli impostori, dei guitti di ennesima categoria. Perché i veri guitti sono persone serie.
Confesso una certa noia a parlare di questo argomento, però me la sono scrollata di dosso per cercare di capire come mai si occupino così tanto di come si vota, sottraendo così tempo prezioso alla ricerca di tangenti o finanziamenti occulti da parte di chi “tiene bisogno” di lor signori. E’ vero che il vero potere si nasconde fra le lobby finanziarie – a Bruxelles sono ufficialmente accreditati 15.000 lobbisti – più varie società segrete e consigli d’amministrazione dove, spesso, le due funzioni si sovrappongono.
C’è, però, la necessità di mantenere una sorta di “credibilità politica”, tanto per poter affermare “siamo stati eletti”. Già: con leggi dichiarate incostituzionali a raffica, ma tant’è. La vera ragione che questi signori adducono per le loro manovre occulte, è sempre la “governabilità”, e qui il discorso si fa più interessante.
“Governabilità”, lessicalmente, dovrebbe significare “possibilità di governare”, da non confondere con la “capacità” di governare. Per poter governare (come, poi…), questi signori ci raccontano che devono nascere dalle elezioni governi “forti”, ossia dotati di ampia maggioranza: spesso ci ricordano che la “stabilità politica” ci è richiesta dall’Europa, cosa alquanto nebulosa. Il Belgio ha avuto una stagione politica di circa un anno e mezzo senza un governo che avesse la maggioranza, ossia col vecchio governo, dimissionario, sempre in carica per “l’ordinaria amministrazione”. Eppure, nessuno s’è suicidato per questo, mentre il “fortissimo” governo Monti lasciò una scia di suicidi fra lavoratori ed imprenditori che ancora ricordiamo con orrore. E allora? Come si fa?
Con la nuova legge, ad esempio, se prendi meno del 3% non becchi niente (almeno, così sembrerebbe): ciò significa che se circa un milione e mezzo d’italiani votano Tizio (e non raggiungono il 3%), Tizio non ha nemmeno il diritto di dire la sua in Parlamento. Nel nome di un milione e mezzo di persone. E non è detto che il fenomeno non si ripeta con Caio e Sempronio: in altre parole, “tagliano” le ali marginali della nota campana di Gauss, mantenendo solo le posizioni centrali. Ovvio che la politica susseguente dovrà cercare di soddisfare la sezione centrale della campana, quello che un tempo era definito “classe media”, la quale, oggi, si sta velocemente estinguendo. La necessità di tagliar fuori gli scontenti diventa essenziale: mica siamo fessi.
Si dà il caso che ci siano gli scontenti e gli scontenti “organizzati”, ossia il M5S: anche qui, la soluzione è presto scovata. Tre partiti (o coalizioni) si giocano la torta, senza fastidi di partitini “insolenti”: è già chiaro da oggi come finirà. Dividendo in tre parti, pressappoco uguali, la sezione centrale della campana di Gauss – e poi alleandosi due parti (la governabilità!) – anche gli scontenti organizzati saranno fregati: prepariamoci ad un bel governo Renzusconi, credo che lo abbiate già capito da soli.
Basti riflettere sulla gazzarra che sta capitando nella cosiddetta “sinistra”: tutti blaterano, ma tutti lavorano (non alleandosi)  per quel risultato. Sull’altro versante forse sono meno stupidi e s’accodano, in silenzio e a capo chino: fu Berlusconi stesso a dire di Renzi “Eh…ne avessimo uno così in Forza Italia!”. Se non considerassimo tutte le varie ed eventuali che l’UE ci metterebbe fra le ruote per tenerci al guinzaglio, quale potrebbe essere una soluzione?
Finalmente ci sono arrivati anche i cinque stelle, dopo aver acconsentito ai vari Mattarellum (et similia) pur di andare a votare: non hanno capito che prima del risultato del voto, ci sono le modalità del voto stesso, senza le quali nulla ha senso. Come si risolverebbe?
Un proporzionale puro e semplice, senza nessuna aggiunta: ossia, si devono eleggere circa 600 deputati e 300 senatori? Si opera una semplice divisione col numero dei votanti e si stabiliscono le dimensioni dei collegi. I cosiddetti “resti” si ripartiscono sui cosiddetti “primi non eletti”: ancora più semplice ed essenziale di come si faceva prima che la febbre maggioritaria sbarcasse nel Belpaese. Perché è importante questo passaggio?
Un parlamento così eletto, sarebbe lo specchio del Paese e non sarebbe facile trovare la cosiddetta “governabilità”, ma sarebbero anche persone che sono state votate con le preferenze (rigorosamente semplici, tipo numeri di lista in ordine crescente e basta: gli italiani non sono stupidi e se vogliono fare a meno delle mafiette elettorali sanno farlo) e, dunque, sarebbero persone di una certa levatura, gente in gamba. Perciò, si metterebbero seduti con pazienza per cercare una maggioranza, che sarebbe lo specchio delle mille volontà – oggi represse – dell’Italia.
Sarebbe difficile ed oneroso arrivarci, ma riflettiamo: oggi, dove stiamo andando? In qualche posto dove ci porteranno Renzi e Berlusconi, senza sapere come e perché, solo perché loro saranno stati eletti, grazie ad un meccanismo da loro stessi preparato e collaudato. In Europa? Certo! In questa Europa dove non si muove foglia che Berlino non voglia, dove le banche falliscono e…chi mettono a regolare il sistema bancario? Casini! Nomen omen.
Lo so, il sogno è stato bello e la realtà è molto distante, diametralmente opposta.  Però, quando l’Italia vorrà veramente uscire da questo pantano dovrà per forza ripartire da zero, mandando a casa tutti i farabutti che ci governano e cercare nuovi visi, nuovi volti, nuove volontà. Cosa fare adesso? Non c’è scelta giusta, non c’è scelta sbagliata: quando il mazzo è truccato, non c’è niente da fare. 2 commenti:

04 ottobre 2017

Tragedia, commedia e farsa



Oggi, che il dado è tratto, sappiamo cos’è stato il referendum per l’indipendenza della Catalogna: una colossale commedia, giocata su più tavoli per una posta che non c’era, e che continua a non esserci. Il comportamento di Madrid è stato consono al copione franchista, edulcorato con i modi del terzo millennio: pallottole di gomma al posto delle mitragliatrici, gogne mediatiche al posto del garrote, e chiusura dello spazio aereo al posto dei Messerschmitt di Hitler. Anche i catalani hanno partecipato con dovizia alla rappresentazione, urlando che Madrid è la solita prevaricatrice, che il franchismo non è mai morto, che loro hanno gli occhi azzurri e i capelli biondi come i vicini francesi, che non amano la corrida e che hanno una loro lingua.
Se non fosse stata una commedia, tutto si sarebbe fermato quando la Corte Costituzionale spagnola ha dichiarato nullo il referendum: Rajoy poteva lasciarli tranquillamente votare, ma avrebbe perso la faccia nei confronti dei vecchi hidalgo e dei nuovi sostenitori, più attenti alla torcida notturna che alla corrida. E così, qualche pallottola di gomma, qualche idiota che si è messo a sparare con una carabina ad aria compressa, ma nulla d’irreparabile,

dding: 0px; vertical-align: baseline;">nave baleniera brucia l’equivalente di una balena durante la stagione di caccia e che l’olio di balena mescolato al gasolio gli consente di risparmiare centinaia di migliaia di sterline. Inoltre, secondo lui, l’olio di balena è anche un carburante ecologico poichè viene estratto dalle carcasse grazie al calore fornito dai vulcani islandesi. fonte: www.blog-news.it Pubblicato da fabrax a 10:15 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: notizie antipatiche

mercoledì 19 giugno 2013

Eve


Pubblicato da fabrax a 11:13 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest Etichette: donne rappanti


canadese bomba dell'oca

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Carlo Bertani

Carlo Bertani blog: un piccolo spazio aperto sul mondo, qui e sul sul mio sito, www.carlobertani.it..e adesso http://italianzihuatanejo.blogspot.com/

21 novembre 2017

Riflessioni sui cavalli e sulle loro mosse


I media mainstream l’hanno un presa sotto gamba, quasi con fastidio, altri con ironia: vediamo cosa sottende, dove punta la mossa di Ingroia eqxMHLti deboli…insomma…analizziamo un po’ questa sortita e dove può condurre. Anzitutto gli attori: Giulietto Chiesa non ha bisogno di presentazioni, è stato l’uomo di Mosca per molti anni nel panorama politico italiano. A suo merito, il non averlo mai nascosto, mentre l’uomo di Washington, nel PCI, era alt