Catalogo Caseificio Valdostano 2016 by Caseificio Valdostano - RistorFoods - issuuissuu guanti d'oca canada


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L’Adalgisa

«.... E che ero una qui, e che ero una là; e che cantavo nei teatri di strapazzo, per i militari; che avevo già avuto una cinquantina d’amanti!.... ma sè!.... cento.... mille.... un milione!»

Una frenesia improvvisa aveva colto quella donna, per solito così «normale». I ragazzi si erano allontanati a guardare una carabina che aveva un ragazzo, e pareva vera: non ad aria compressa, ma con le «vere cartucce». Stavano osservandola estasiati, pezzo per pezzo: la toccavano, timidi, con un ditino, l’uno dopo l’altro, mentre il ragazzo, muto e sprezzante, gioiva di orgoglio.

«.... Se non fosse stato per il mio povero Carlo, che mi adorava.... senza esagerazione.... mi adorava», ricordò di aver sorriso del verbo adorare nel caso di Elsa, «.... povero figliolo!.... se non fosse stato per lui…. ti dico io che me lo sarei preso davvero l’amoroso.... ma de quii viscor, (1) però.... un tenente dei bersaglieri.... sí, proprio, un tenente....», pareva una bambina in capricci, che dicesse un cioccolattino col rosolio.... sì, proprio, col rosolio! «con delle piume fino alla vita!», e segnò davvero la cintura, «per farla crepare di rabbia.... quella stregaccia!.... E ce l’avevo lì pronto, veh?.... bastava solo che avessi voluto!.... Vedova.... padrona di fare quel che volevo.... dopotutto.... Ed era perfino un nobile.... un meridionale, magari.... ma un gran bel ragazzo!»

«È una strega!», gridò; «sono streghe! tutte quante insieme! Gli manca soltanto la pentola da far bollire i malefizî, con dentro le lingue dei rospi…. Mi hanno avvelenato la vita!»

«Non pensarci, cara, a certe tristezze», disse Elsa assai triste, con una sincera pietà. «Rasserénati.... hai almeno i tuoi figli....»: e un pianto le velò improvvisamente gli occhi.

«Non voglio rasserenarmi, che rasserenarmi d’Egitto!», gridò l’altra con una rabbia crescente, facendo volgere chi passava. «Non voglio. E tutto perché ero rimasta vedova! Cosa non me ne han dette! Cosa non me ne avevano fatte passare già fin da prima!.... perché cantavo! Sì, cantavo; oh bella!.... Cantavo!.... perché avevo una voce.... che se non avessi sposato il mio povero Carlo.... a quest’ora sarei sul palco del Metropolitan.... con una cinquantina di file di perle intorno al collo.…»

I ragazzi, laggiù, ipnotizzati da quella carabina.

«E questi due disgraziati lo devono a me, solo a me, se domani avranno qualche cosa addosso anche loro, come tütt i alter, una posizione, un po’ di sostanza....»

Elsa considerò che in realtà la cognata le era sempre parsa più sollecita dell’ordine che del disordine: più preoccupata della casa, dei «paviment de cera», che del palcoscenico del Metropolitan. Una tenuta inappuntabile della persona, una borsetta chiusa, stretta a due mani sulla cerniera, una oculata amministrazione della «sostanza». Intenta sempre alle cose fondate, alle suole e alle scarpe dei ragazzi, e impegnata a tutt’altro che a cercar bersaglieri, o ufficiali de’ bersaglieri, con le penne fino alla vita....

Solo la patita umiliazione, lo sdegno che l’aveva rôsa per anni, lunghi anni, potevano indurla ad esprimersi così. Solo il ricordo degli anni di gioventù e d’orgoglio, che aveva sperato felici dopo le nozze: e invece nella «nuova famiglia» l’avevano considerata come una disgrazia, una debolezza «di quel benedetto Carlo». E l’avevano lasciata freddamente in disparte, o addirittura respinta, come una profittatrice e una ex-cantante d’operette, una furba, insomma, a cui fosse riuscito di fare il colpo.

Il colpo col povero Carlo.

«Hai da vendicarmi, Elsa mia!», disse a un tratto; in un tono sommesso, cattivo, quasi un suggerimento. Cercò un fazzoletto nella borsetta: se lo premé sugli occhi, si soffiò il naso.

«Vendicarti?»

«Voglio dire sta’ allegra; divertiti intanto che sei ancora in tempo. Non pensarci, non essere così triste. È tutta poesia, nient’altro che poesia, credi a me....»

Disse «poesia» come avrebbe detto le feci o altri materiali putrescenti.

«Soltanto.... sceglilo bene.... Càtel foeura cont i occ avert.... (2)

«Ma non dargli la soddisfazione di credere al loro stemma.... alla loro superbia.... di prendere come oro colato tutte le minchionerie che gli vengono fuori dalla bocca.... Sono dei marchesi minchioni! Dài retta a me! Tu poi! Che sei come me, che sei piú bella di me.... che sei giovane....»: la guardò con l’occhio ammirato d’una sacerdotessa, d’una medichessa. «Se non sei felice.... se non hai, tutte le soddisfazioni che meriti.... ascoltami! Gli anni fanno presto a passare.... è inutile consumarli a far via la polvere ai mobili, ai ritratti.... Credimi, Elsa, non meritano....»

«Ma di che parli? Che dici? a quali marchesi alludi?....», implorò Elsa, con una voce tuttavia così limpida, che disarmò la cognata. La quale, come una scolaretta redarguita dalla maestra, inghiottì senza batter ciglio quel difficile «alludi».

I ragazzi tornarono rasserenati, e ormai dimentichi dell’uomo cattivo, a raccontare le perfezioni della carabina. Litigavano però intanto fra loro, in un «a parte» sottolineato da qualche calcio in tralice, sostenendo l’uno che era una Vetterly, l’altro una Royal Manchester. «Sei stupido!» «E tu sei scemo!». «Finitela!», si inviperì l’Adalgisa; pareva fuor di sé. «Finiscila, Gianfranco, o ti do uno schiaffo!» E lo schiaffo arrivò prima ancora della formulazione dell’ipotesi, come il lampo in precedenza sul tuono.

Gianfranco, interdetto, zittì e smise di tirar calci al fratello, ma non pianse. Luciano si affievolì subito lui pure.

Elsa ebbe delle parole buone e dolci per entrambi: ma intanto che si chinava sul più piccolo, a racconsolarlo, e a persuaderlo che i calci sugli stinchi potevano far del male anche a Gianfranco, Bruno ripassò pedalando, lento, preciso. E le parve, mentre lui la guardò, un pensiero inesorabile e fulgido scaturito dalla folla tediosa dei viventi. L’Adalgisa, stavolta, seguì quel ciclista con l’occhio, esasperata anche di lui, come di una cosa irregolare, contraria alla decenza, e al buon ordine della società. Dopo quel po’ po’ di sermoncino. Oh! Ella avrebbe voluto veder pedalare il suo Carlo! Oh! allora sì!

Oh! Col suo Carlo «era una cosa diversa». Il loro romanzo era stato una cosa incredibile, così davvero credeva. «Una pagina meravigliosa nel breve libro della vita!» diceva la «strega», cioè donna Eleonora Vigoni, (adoratrice di Longfellow), con molta dolcezza; e con altrettanta perfidia. Ella possedeva in sommo grado l’arte di lodare il Signore per far dispetto agli uomini. In tali occasioni atteggiava la lunga faccia vizza a un così compunto e disciplinato Deo gratias, che veniva voglia di prenderla a schiaffi. Certi ingegneri e fabbricanti di scaldabagni – il suo salotto non poteva respingerli, per via delle parentele e degli affetti familiari che ad esse conseguono – quando lei gli rivolgeva due parole d’obbligo piene di indulgenza e d’una commiserante sopportazione, avevano proprio difficoltà a non uscir dai gangheri. Dai quali gangheri usciva poi viceversa ella stessa non appena il garzonaccio del macellaio, e il suo degno sosia della drogheria Usuelli, avesse pronunziato il nome illustre dei Vigoni «come solo può pronunciarlo un teppista», ecc. ecc. la cattiva pronuncia di simili «farabutti» era stata anzi causa efficiente (3) a mutar di macelleria nove volte in due anni: addebitandone però) la colpa alla fesa.

La «pagina meravigliosa nel breve libro della vita» aveva avuto, per il povero Carlo, un inizio assolutamente imprevisto dall’austerità ironica dei Vigoni, per quanto alcuni, i Tantardini marito e moglie, ad esempio, che ebbero loro pure occasione di commentarmi tutta la storia, lo ritengano invece de’ più comuni e direi usuali nella fisica dell’uman genere.

Il povero Carlo, per quanto affetto da onestà cronica, utilizzava il suo diploma di ragioniere «amministrando» alcune case popolari in corso Vercelli, ma giù in fondo, però: e «on para de palazz de sciori in Via Brisa.... che domà quii....»: e rivedeva seralmente i conti ad alcuni droghieri de’ più pepati tra il Pontaccio e il Terraggio, passando anche da via San Giovanni sul Muro. Questi droghieri, immersi da anni in un’atmosfera mista di zafferano e portorico (4) tra scatole di biscotti Wafer, non lo erano altrettanto nella computisteria, poveracci.

Come dice anche solo il nome, Carlo!, egli era un bravo e bell’uomo. I suoi baffi, al loro tempo, avevano trionfato in Libia, terrore del deserto. Neri e guglielmini sotto il casco, sublimi in vetta al mehàra, perseguirono implacabili alcuni beduini dagli occhi cisposi; e li avevano fugati ogniqualvolta. I beduini, accoccolati nel rovescio delle dune, avvistavano quei baffi a tre chilometri e mantenevano poi il vantaggio per tutta la corsa. Quei baffi avevano innamorato una mora, ma una mora vera, di Tobrúk: nonché un paio di morettone un po’ più nostrane, svoltando fuori da corso Vercelli, giù, giù, per i sentieri e lungo i filari dei salci, fino alla cascina Caccialèpori.

E poi altre more, da mangiare, colte qua e là, in Valassina, «lunghesso» le siepi che circoscrivono campi di patate o di granturco: delle cui foglie silicose, cra cra cra, larghe e lustre, le vacche sono amantissime.

Carlo tornava dalle sue passeggiate suburbane con delle scarpe da masnadiero, che facevano la disperazione della serva. Pareva un «ingegner civile» reduce da misurazioni di terre. Per quanto avesse avuto cura di rimboccarsi i pantaloni, la Giovanna doveva lasciarli seccare «e poeu gratà e spazzetà on para d’ôr», rompendosi di quando in quando una qualche unghia sul panno, nella devota cancellazione delle pillacchere. Tornava quasi affannato, con la bocca mezzo aperta al respiro, le labbra infebbrate, e un grande appetito in corpo: un po’ «sperlusciato» (5) nei capelli e nei baffi, i due grandi e lucidi occhi un po’ spauriti, il viso incavato, l’animo piegato a clemenza. Soprattutto, diceva lui, «stràkk me n’àsen».

Unico «vero amore» l’Adalgisa! L’esaudimento di questo amore aveva però richiesto tutta una complicata procedura, delle visite piene di sorrisetti, dei brindisi in famiglia: la lieta sciarpa, infine, del sindaco.

«Del resto, non bisogna credere che pensasse domà a gòdere» (6) affermò l’Adalgisa con un moto d’orgoglio. «Lo studio, la scienza, erano il suo pane. Non era certo uno che viveva per il ventre. Nelle poche ore libere, studiava sui libri. Continuava a leggere fino alla una, in letto, che io ero già bell’e addormentata. Si occupava di tante di quelle cose! Faceva delle raccolte. Le raccolte, oltre ai ritratti dei paesaggi della Libia, (7) erano il suo più grande ideale».

E infatti accumulava sistematicamente, nelle scatole disusate delle scarpe e dei biscotti di Novara, doviziosi strati di pezzetti di buste «con tutti i francobolli del mondo»: ma non solo quelli vecchi del Venezuela o della Martinica, sì anche quelli di jeri l’altro, e del Regno d’Italia. Del Regno d’Italia, anzi, con la venerata effigie di Sua Maestà, ne arrivò a possedere un duemila. Tutte le migliaia di pezzi di busta avevano sedimentato in ventitre scatole di ex-biscotti le quali, in cima a un armadio, guai a chi le toccasse. L’Adalgisa aveva finito per convincersi: chi pò savell?, che forse, un giorno, magari, si sarebbe anche.... potuto realizzare.…

Ed oltre che appassionato filatelico era un dilettante mineralogista: parlava di cassiterite e di orneblenda, di schisti e di faglie: di stato crioscopico, di allotropia, di rocce peridotico-serpentinose....

Più che la «geometria dei cristalli», però, «che quella, magari, l’è, minga pan per i me dent....», lo interessavano invece «i minerali in se stessi»; si lisciava i baffi, stirandoli e filandoli come da una conocchia, con un gesto un po’ alla zuava; «....che la natüra, domà dervì i oeucc, l’è talment varia.... talment infinida....» E apriva davvero sui suoi ascoltatori due occhi nerissimi, rotondi, da intimidire i bambini.

Dei «minerali in se stessi» aveva riempito più d’un armadio di casa, e una credenza vecchia, dei nonni, e i tiretti della scrivania, la mensola d’un caminetto senza canna, i due tavolini della «sala de ricéf», il più grande e il più piccolo. Per tutta la casa abbondavano i fermacarte (di calcite o di solfo) e, in conseguenza, le carte.

I bimbi, crescendo, ebbero il permesso di giocare con alcuni minerali dei più tenaci e dei meno avvenenti, ma fu loro proibito di «consumarli». Ciò non ostante, fra i residui della spolveratura e della spazzatura, nella «lana» che veniva stanata da dietro i mobili, e già magari in prossimità dell’atra rüéra – ch’è, da noi, come la bocca d’un domestico Erebo – si reperivano quasi ogni giorno, sotto alla scopa, delle briciole di solfo cristallizzato, delle lamette o scagliette, ahi ahi, di mica; talora dei minuzzoli di ortoclasio.

Le donne, è ovvio, congiuravano di celare lo scelus al paterfamilias, deviandone i complessi talenti, a colazione, verso un qualche altro ramo dello scibile: o addirittura verso il prosciutto. Di San Daniele? Certo: vero San Daniele. «È buonissimo, proprio!» conveniva lui. Ma poi lo scelus finiva per trapelare dalle fenditure della reticenza, come il sospetto d’un incesto dalla casa delle Vestali.

E non c’era passeggiata nei monti, a Intronno, né bagno di mare, a Varazze, che non ne discendesse o non ne uscisse greve di testimonianze geologiche o talassologiche, di conchiglie, ricci, cavallucci duri, secchi in breve come un’ala di pollo arrosto troppo arrostito: o gelatinose meduse, enfiate della loro urticante idropisìa. O, giù dai dirupi, silice. O pulverulenta dolomite.

Il «periodo glaciale», poi, lo zavorrava senza misericordia.

O con il brusìo o il ronzìo, in una qualche tasca, d’un qualche notturno silfoide. O d’un cervo reluttante, d’un disperato calabrone. L’Adalgisa disse delle parole latine: avvicinò con gran sicurezza, ma naturalmente non riuscì a pronunziarli, i nomi del carabus violaceus e del purpurascens e s’imbrogliò poi del tutto nel carabus glabratus, un vero scioglilingua. La sua memoria di vedova e la sua bravura di donna milanese in un battibaleno menò sterminio degli sciagurati: una pioggia di beccacce sotto i colpi d’una carabina a tre canne. Aveva, dei nomi difficili imparati dal marito, l’idea che fossero assolutamente necessari a comprovare la sua qualità di «signora» e la sua fedeltà postuma di Adalgisa: e che in ogni modo bisognava pronunziarli, come gnente fosse, con l’aria più naturale del mondo.

Questi càlabi eran le prede più frequenti nei boschi, dissepolti da sotto mucchi di fogliame e di rami fradici, inseguiti poi con le pinze, in un batticuore, dopo il cataclisma: quando irraggiavano in celere fuga sull’ umidore denudato della terra, a celarsi nuovamente dentro le borraccine ed i muschi.

Perché infine il povero Carlo (8) era anche entomologo, ragione per cui diverse signore di mia conoscenza, tra le più colte anzi della nostra società, lo dicevano professore d’etimologia. La sua «passione», la sua «specialità» furono i coleotteri. Dapprima aveva tentennato, aveva svolazzato qua e là, come ad orizzontarsi, nel campo infinito: «la natüra l’è talment granda, talment infinida!....» Poi però, poco a poco, aveva preso a ragionare, a restringersi. Trovò che bisognava «specializzarsi», saper resistere alle tentazioni dissolvitrici dell’Enciclopedìa. «Siamo nel secolo della specializzazione», enunciava autorevolmente: ipnotizzando gli interlocutori coi grossi occhi e coi baffi, gli uni e gli altri nerissimi.

Trascurò così a poco a poco calabroni e farfalle, mosche e cimici: abbandonò al loro destino lepidòtteri, imenòtteri e dìtteri: non volle più saper di rincòti, «roba de pomada mercüriàal», soggiungeva ridacchiando, con un’a baritonale, lunga dai 18 ai 22 secondi.

Si liberò d’ogni scoria enciclopedica, si specializzò. Puntò sugli scarabei.

Tutta questa crisi, diobono, dopoché alla fiera di Sant’Ambrogio, una domenica, s’era imbattuto in un volume scompagnato del Fabre, che aveva accompagnato in seguito con l’opera del Prazzoli: «I coleotteri italiani – Nozioni elementari» e con il libro di Eger Lessona: «Il raccoglitore naturalista».

L’Adalgisa, a dir vero, non vedeva di troppo buon occhio questa nuova «inclinazione» del marito, ne era anzi un po’ seccata. Ma poi vi aveva tacitamente aderito, pensando tra sé e sé: «meglio questo che i vizzi,.... o un quai cornett....». Tanto che dopo lunga lotta interiore, sentendosi con le spalle al sicuro dal lato miée, Carlo aveva osato cedere alla tentazione d’un nuovo acquisto, un’offerta proprio vantaggiosa, bisogna convenirne, anzi una «vera» occasione: uno dei primi atlanti sistematici in ltalia: Il Catalogo dei Curculionidi Siciliani del geometra Vitale.

L’Adalgisa, rabbonitasi alquanto, prese a rivivere in una elisia mansuetudine, o come nella dolcezza de’ rimpianti, quelle ricerche fervorose del povero Carlo: i coleotteri, proprio, erano modi della divina Sostanza. (9) Nella vivezza appassionata del ricordo, nel sopravvivente orgoglio della donna, della sposa, ogni captato curculione diventava un atto di amore.

Raccozzando alla brava nomi e fatti, commossa, venne poi a puntuar meglio il discorso, d’una qualche lacrima, di reiterate e impeccabili soffiate di naso. Sospirava, dopo ogni pausa, dolorosamente, come quando si ricordano le nobili cose del passato e dei compagni dispariti. Andava così rappezzando in uno strano arazzo quei curiosi avvenimenti etimologici (o entomologici, se preferite) che avevano occupato i suoi anni belli, dopo l’urlo dei parti.

E li risognava davanti la testimonianza di Elsa, in una luce attenuata, di memoria. Pel tramite d’un sacro, indissolubile vincolo, quei fatti le avevano comunicato non forse la passione dell’indagine, «de vorè ravanà (10) de per tütt», ma almeno «el rispetto della Sciensa», così assicurava.

«Come quel giorno.... ch’el m’è tornàa a cà conscìaa, ma consciàa....» Levò le mani inguantate a nascondere il volto, e quasi a smorzare, un attimo, la fulgidità del ricordo. «Madonna Santa!.... pareva che fosse caduto in un lago di palta!....» (11)

Era caduto infatti in una specie di pantano, fra la roggia Brisighella e la roggia Scondüda, ch’era straripata, quest’ultima: in territorio di San Colombano al Lambro, in campagna, dov’erano andati «per San Péder», a trovare certi parenti pieni di polli. Il dolce piano, quel pomeriggio, nel sole fulgidissimo, brusiva di amori e di voli.

S’era cavata la giacca, s’era sporto avido, con il retìno, per una preda di larve: e anche ditischi adulti, magari: così almeno riferirono i testimoni. Ma quei vigorosi nuotatori, subodorate le intenzioni del retino, (lo lumarono subito, dal sotto in su), via! s’erano spiccati come altrettante spole dall’erbe e dagli steli subacquei, dove pareva invece che ci dormicchiassero: e lui dietro! col suo retìno, bravo! come ci fosse probabilità di raggiungerli! In maniche di camicia com’era, teso fino all’ultimo il braccio, Dio com’era peloso!, perché aveva rimboccato la manica. Attaccandosi con la sinistra a un ramo, sì! finché il ramo si scerpò netto: e lui patapùmfete!: dentro come un salame fino al collo.

Una nuvola di fango lo aveva sùbito circondato.

Quelli intanto bucarono via l’acqua come siluretti felici, scampati nei roridi e verdi regni, fra i capegli dell’erbe e dell’alghe: salvi dal loro profilo ellittico o parellittico, che offre, credo, un minimum di resistenza, che segna un optimum della forma natante. E devono aver raggiunto quest’ottimo nella pertinace evoluzione della discendenza, in un loro amore del meglio e poi del perfetto, educendo dalla grossolanità primigenia il garbo del capo, del corsaletto e dell’èlitre, sforzandosi di tendere, tendendo all’elisse, entro paludi, o gore morte nelle golene de’ fiumi: ogni acqua ferma un bacino da esperimenti, ogni specchio livido un mondo da perforare col pensiero: traverso generazioni e millenni raggiungendo il loro laborioso integrale isoperimetrico. (12)

Bruno ripassò, alto e calmo, sulla sua bicicletta. Anche il suo sangue, traverso i millenni, doveva aver comportato e risolto tutta una serie di problemi infinitesimali. Gli imponderabili atti e moti, le intime e quasi inavvertite volizioni, le oscure e tormentose delìbere, le profonde elezioni dell’istinto, i minimi sopralivelli della scelta, «les petites perceptions», (13) s’erano lentamente stratificate negli evi, affiorando nella risorgiva di una persona. L’oscuro tendere, l’oscuro volere, l’oscura fermezza, l’oscura fede: l’oscura fatica della sopportazione, l’oscura negazione e ripudio delle cose abominevoli, la scelta degli atti vitali, il raggiunto essere, alfine, come di chi emunto alfine risorga: nel giorno!, dalla tomba infernale della miniera.

La onorevole discorsività degli atti finiti, dei bei pensieri distesi, come mutande ad asciugare al sole, non è se non ordinaria pratica, non è creazione, non è euresi, ma godimento, ripetizione e profitto. Perciò l’abitudine, la cara abitudine, «le mie care abitudini», erano il bozzolo prediletto dove s’imbozzolavano tutti della famiglia, lo zio Agamennone, i nipoti, i cugini, il N.H. Giovan Maria, e la stessa donna Eleonora, per quanto sardonica e tira-sberle. (14) Il nobile Gian Maria, poi, neanche parlarne: stretto e rappreso nelle sue abitudini come la nave del Duca fra le gelate cataste della banchisa. Perciò quei due nasi del Gianfranco e del Luciano, poveri nasoni in lotta (presente o prossima) coi verbi deponenti, avevan l’aria di significare: «ci siamo e ci resteremo: soprattutto ci resteremo». Elsa pareva turbata, assorta.

A Bruno chi gli aveva disegnato la faccia? Quale sangue, nuovo o remoto, gli aveva messo il ciuffo? Quale vigore o disperazione? Di che gente o costume, di che travaglio o tempo, era venuta quella fronte? Da quale servitù ribelle il suo sguardo, e quella mano, quel braccio ch’ella aveva veduto recidere i tendini alla bestia distesa? Da quale macellaio o macelleria egli era stato licenziato ai buoni modi del vivere? Quando, e da quale mente era stato «progettato»? Era partecipe dell’equivoco delle labiali?

In dodici o quindici scatole di legno, pavimentate ognuna del suo soprafondo di sughero e questo, poi, coperto d’un foglio bianco a coordinate rettilinee, (15) su infiniti spilli, davanti gli occhi sgranati de’ due bimbi, il povero Carlo aveva meticolosamente infilzato gli Scarabei e i Ditischi infiniti della natura, i Cebrioni, i Curculioni, i Cerambricìdi, i Buprèssidi, gli Elatèridi: le fuggitive Cicindèle odorate di rosa e di muschio, lucide come Giovanna d’Arco nella loro corazza di acciaio chiuso, brunito; poi gli infaticati Ateuci e le Silfi, e tutta la genìa saluberrima dei beccamorti agresti e silvani. I più piccini, i pidocchietti minimi della terra infinitamente materna, li consegnava invece (con un punto di un suo speciale mastice o balsamo) a un piccolo cataletto di midolla di sambuco: e infilava poi nel cataletto lo spillo più esile, da lato, per non guastare il morto.

La preparazione e il ritaglio dei cartellini occupò talvolta, nell’ultim’anno, il ragazzo più grande. Intere domeniche! Coi ditini nelle forbiciacce, intento al lavoro, serio serio, ogni tanto si passava la puntina rossa della lingua sul labbro di sopra.

La grande ansia della famigliuola era che il pigìdio – (con questo vocabolo si dimanda il didietro dei coleotteri, cioè l’ultimo segmento addominale) – potesse vuotarsi, come talora avvenne, dopo morte, all’atto dell’infilzamento. Rimaneva allora moscio moscio, preda d’una mortificante tendenza all’ingiù.

«Ah! quel pigìdi, quel pigìdi!», sospirò l’Adalgisa in dialetto. Elsa dovette ridere.

«Una volta abbiamo litigato per il veleno: perché bisogna mazzarli (16) alla svelta, soffocandoli nel vasetto, povere bestie. Bisogna metterci dentro un po’ di bambagia, nel vasetto, imbevuta d’un qualche acido, soja mì, un qualche cosa che li soféghi subito, capisci? L’alcool non va, perché i e fa diventà smòrt.... sì, insomma, gli porta via il suo colore naturale.... L’arsenico neanche tirare a mano. Sicché voleva doperare a tutti i costi il cianuro.... Cara te!.... con due ragazzi in casa! E allora, siccome ha visto che io volevo impormi, lui alza la voce ankamò püssee de mi.... che con la scienza non si può discutere, quel che ghe voeur ghe voeur.... Va ben, ma mi pensi ai mè fioeu, mi me fa di tò bordòkk!.... Dio Madonna!.... Pèna senti bordòkk.... momenti el me lassa andà ona sberla.... Poer fiolàsc!»

La soffiata di naso fu inevitabile.

«E poi, nelle scatole, ci metteva un vetro di orologio a rovescio, sul fondo, con una specie di olio giallo per preservarli dalle càmole, dai vermi.... Oh! Dio mio! non mi ricordo più come si chiamava.... pèta, pèta.... un nòmm come vetriòlo.... cetriòlo.... benzonitrolo.... pèta....: nitrobenzolo!.... adesso m’è venuto in mente! che sentiva di mandorle. Oppure l’essenza di urbano.... cioè.... de.... mirbano, che ti fa venire un tal mal di testa!.... Insomma abbiamo proprio litigato».

Le si velàrono gli occhi.

«Quelle poche settimane di campagna, o al mare, non lo crederai, ma andava in giro tutta notte con la lanterna, pieno di pinze.... lo prendevano per matto.... Di giorno col retìno.... con le sue scatole e la sua cartucciera. Ah! Signore!.... Ma almeno, poverino, può dire di essersi divertito, quei pochi anni, di aver goduto la vita....»; si soffiò il naso; «di aver fatto qualche cosa anche lui, a sto mondo, povero ragazzo!....»

L’Adalgisa era diventata un molino a vento. Il suo cervello formicolava e brusiva di ricordi, come un campo, a giugno, di insetti e di voli, di zampe e di èlitre.

Ricordò la famosa cattura dell’Ateuco, lo scarabeo nero «che perfino i re dell’Egitto, ma pensa un po’ che epoca superstiziosa in confronto alla scienza del dì d’inkoeu, lo veneravano come un animale sacro, come un pavone....». Carlo aveva raccontato mille volte la storia, ai ragazzi divertiti, a tavola: «Per quanto.... al momento che si è dietro a mangiare.... cara te!.... tant petitosa l’è poeu minga....». (17)

Erano al mare, verso Viareggio, l’anno che avevano fatto i corni a Varazze suscitando le proteste del nobile Gian Maria e alcuni tentennamenti ironici della sarcastica parrucca di donna Eleonora: «quel Carlo!». Dove la sabbia scottava sotto i piedi: e lui ci andava apposta: si appostava lì delle ore, in agguato.

Il forte e nero animale gli era apparso a un tratto, sul dorato fulgore dell’arena. Avvedutosi dell’uomo, si era dato subito a fare il morto, raccogliendo le zampe, acquattandosi, simulando l’indifferenza levigata d’un ciottolo.... d’un sassolino.... Una grossa e rotonda pallottola gli stava davanti, ossia dietro: Carlo s’avvide, riflettendoci, che l’ipocritone aveva camminato a ritroso....

Vele erano nel mare, lontane.

Sul fronte del nerissimo insetto il ragioniere, felice, riconobbe l’epistòma, cioè la potente pala dentata, quasi uno spazzaneve di locomotiva. Dopo un po’, vedendo che non succedeva nulla di nuovo, quella brutta bestia riprese la fatica.

Puntava sulle zampe anteriori e retrocedeva in una sicurezza perfetta, come se ci vedesse dal pigìdio. Ogni volta bisognasse afferrava la pallottola con le posteriori ed ecco, ecco la sospingeva all’insù, terribilmente, valicando con la tenacia di Sisifo le piccole dune, le increspature dell’arena; a noi un nulla, bastioni enormi a lui. La pallottola, perfettamente sferica e infarinata come una polpetta, era venti volte più grossa dell’Ateuco, ma doveva averlo inebriato col suo profumo, come l’odor solo della «borsa» inebria il pugile alla lotta.

E la sfera ascendeva, lenta: si sublimava sopra la repulsione di quella pazienza color pece, superava i tenebrosi divieti della gravità. Trasgredito il vertice, ripiombava rotolando nella gravità. L’Ateuco, infaticato, la sospingeva per monte e per valle fino alla dimora di sua donna: che attendeva, ansiosa, per il piccolo, per la imminente larva, quella balia provvidenziale.

Accorsero dei ragazzi di bronzo, ignudi. Carlo, tutto chino, con un batticuore, aveva già estratto le pinze. Con quelle afferrò l’Ateuco mentre si dibatteva furente, lo rinchiuse nel vasetto.... Un ragazzo prese invece la pallottola, eccitato a conquistar la sua parte di fortuna; che però la sentì molle e anzi gli si spiaccicò fra i diti: «Ma un vedi che la è cacca, ettù bischero!....», strillarono ridendo i compagni. Quello rimase esterrefatto, con la polpetta stiacciata fra i quattro diti; poi corse alla battìma dicendo madonnabona madonnabona ziohàne.

«Era proprio l’Ateucus Sacer Linnaei!», confermava poi la voce baritonale di Carlo ai soli adulti, a Milano, in sala de ricéf, tra la diàspora dei cristalli e dei sassi. «I Geotrùpidi e gli Ateuci», seguitava, mutando l’accavallatura delle gambe ed esibendo a mezz’aria una lunga scarpa nera, l’altra, che a sua volta oscillava col polso, «una volta che si sono assicurati la preda, ne traggono delle grosse pallottole, maa.... confezionate a regola, in ciascuna delle quali la femmina depone un uovo....» La preda era poi nient’altro se non la materia che i ragazzi avevano chiamato.... col suo nome.

Le voci come tràggono o ridùcono, proparossìtone di passaggio a Milano, esaltavano la sua fierezza eloquente, piena di lampi neri degli occhioni e di una calda comunicativa. Si lisciò i baffi, anche quella volta, se li appuntì col gesto largo dello zuavo: «Così, appena nato,.... il principino trova il mangiare bell’e pronto.... tale e quale come fosse un figlio di papà....

«L’Ateucus Sacer è ben raro da noi (18) il mio, giusto, l’ho trovato vicino a Viareggio, ed è stato un caso, un puro caso, che posso ringraziar la fortuna.... Anche in Libia, del resto....»: crollò il capo. «Noi abbiamo l’Ateucus Pius», e diceva noi con un certo sussiego, per dire noi a Milano. «E poi, frequentissimo, neanche parlarne, il Geotrùpes Stercorarius....»

« Che cos’è mai la natura!», dicevano gli ascoltatori ammirati.

«Ogni generazione spiana la via alla generazione seguente!», concedette il buon ragioniere distendendo i sopraccigli, guardando lontan lontano, nel vuoto. Si lisciò ancora i baffi, nerissimi, affusolandoli tra pollice e indice, come doveva fare il maestro di caccia di Napoleone III: «.... spiana la via ai venturi! gli prepara il nido....»

Così disse, pur intuendo che il nido in discorso non era un vero e proprio nido, nello stretto significato della parola: dato che era la pallottola.

«È il sogno di poter allevare i nostri figli nel benessere.... nella sicurezza del domani,.... di vederli crescere forti, generosi, con l’orgoglio di sapersi nostri figli!.... E questo lo cerchiamo, lo otteniamo a prezzo di qualunque sacrificio.... valendoci della fatica, dei risparmi sacrosanti di tutta una vita!»

«Propi inscì! Ben detto!», rincalzarono tutti. Scopersero poi, felicitandosi reciprocamente della scoperta con dei nuovi «ben detto! vorevi propi dill anka mi», che i risparmi, per l’appunto, possono essere paragonati al.... alla.... sì, insomma, a quella polpetta.

Un’altra volta si trattò invece del Necrophorus, anzi di tutta una confraternita di Necrofori, al margine d’un sentiero, nei campi. Una puzza!

Era un topo marcio. E vi lavoravano intorno come dannati: a scavare, a tirare, da seppellirlo prima che facesse giorno, da metterlo in arca. L’humus, che è femmina, funzionava da Cassa di Risparmio. Carlo, con ali ai piedi lungo i sentieri della notte, aveva seguitato l’indizio di quell’odorino: giunto sull’epicentro si chinò, mettendo avanti la lanterna. Il naso, che aveva trasmesso ai figli moltiplicato per due, gli era stato fedele in misura maggiore d’ogni previsione.

La stella di Espero dava luce di acetilene lontana al cantiere, la lampada lo rischiarò a giorno, improvvisa. Scoperti così a un tratto, quei brulicanti gli parvero maestri d’ascia e calafàti in cantiere, come a Varazze; o come in bacino, a Genova, pel carenaggio d’un puttanone di quelli, «che navicar non ponno». I topi marci lucrano indulgenza plenaria appo i Silfoidi, e, quel che più conta, il funerale gratuito.

Una disciplina e un «affiatamento» inimitabili animavano quella benemerita Compagnia della Misericordia: a cui il mirifico Padre Eterno, in premio della di lei buona volontà e insospettata perizia, e d’una encomiabile resistenza ai gas tossici, aveva conceduto in privilegio il succulento cadavere.

«Ne ho raccolti un cinque o sei.... Con le pinze, sigüra!, per minga tocà el ratt cont i man....

«Questi necrofori, una volta seppellita la sua brava carogna, ci banchettano dentro, felici....» (Era felice anche lui). «Dènter in del venter, in di büsèkk del ratt....» Si stirò i baffi. «Poi si accoppiano», e questa brutta parola fu pronunziata da un Carlo straordinariamente serio; «indi vi depongono i uovi....»

Un’àgape sacrificale, un banchetto totemico. Poi l’orgia, a pancia piena, nella pancia del topo morto. Il futuro assicurato: una prole felice.

Così tutto è fecondo, nella infinita fecondità di natura.

Il guaio fu «quando le cose precipitarono». Al ricordo, l’Adalgisa levò il fazzoletto della borsetta, la cui molla, nel venir chiusa, fece un tràc: assai nitido. «Con due figli da tirar su, capirai!» Aveva dovuto «ridursi»: assolutamente. «Ma dove metterla, tutta quella roba?»

Il trasloco tragico fu una specie di cataclisma. La tromba marina della disdetta l’aveva aggirata e ravvolta via verso il buio, forzandola a smaltire sui due piedi un quattro quintali di sassi: per non dire dei ricci, dei conchiglioni, e alcune lunghe stanghe di calcio, (19) pezzi di stalagmiti: come candele smoccolate. «E senza alcun profitto, senza poterne ricavare un centesimo!» Anzi: «quas quasi dovevo pagargli io il trasporto.... Ah! Madonna, che momenti!.... Che momenti ho passato!.... Domà il Signore lo sa!....» E fortuna ankamò che il capomastro di casa Ingegnoli era buono come il pane. Aveva da colmare una buca, nella fabbrica nuova lì a due passi, pènna foeura di Via Pisacane. I «minerali in se stessi» finirono lì.

I facchini del trasloco, invece, «che sono come le bestie», avevano perfezionato la disgrazia.

Anzitutto nell’agguantare le prime teche venutegli fra le mani, le avevano «scorlìte» (20) con una tal mancanza di riguardo, da disincagliare issofatto alcuni Curculioni dei meno felicemente infilzati, o forse un po’ troppo secchi, ormai. E anche dei Bupressidi. I costoro cadaveri avevano preso a vagabondare nel sepolcreto inseguiti dal ciotolino del mirbano, il quale, essendo un vetro d’orologio, non solo era andato in brìciole lui, ma aveva anche infranto il vetro della teca. Poi, come non bastasse, e nonostante una tremenda intemerata dell’Adalgisa, avevano deposto alcune delle quindici scatole, le più preziose naturalmente, quella dei Geotrùpidi fra l’altre, davanti a una ruota del furgone: dove ci si leggeva sul fianco, a lettere cubitali, Fratelli.... Fratelli.... che so io!: e subito dopo le avevano completamente dimenticate. (Lo sdegno, al solo ricordo, dové metterle in subbuglio il fegato).

Ne conseguì, appena mossi i cavalli, un appiattimento definitivo della più eletta società de’ Geotrùpidi e de’ Curculioni, oltreché delle Blatte. La Blaps Mortìsaga, alta e pretensiosa sulle zampe e dura e crocchiante sotto il calcagno, si ridusse ad essere niente più che la proiezione ortogonale (21) della sua propria superbia.

Del disastro, lì per lì, piangendo di stizza, l’Adalgisa avrebbe avuto una gran voglia di far colpa alla sbadataggine, alla solita incuria della portinaia. Ma una insolente guardata di colei bastò a dissuaderla, «povera signora», dall’agganciare il definitivo litigio. «Che la vaga là, sciora Adalgisa», opinò la bolscevica donna con un suo fare incuorante, moralizzante, pieno di bonarietà e di perfidia: «che la vaga là, che l’è poeu minga sta gran disgrazia!.... ghe n’è pesg, di desgrazzi, a sto mond!» E s’era data a spazzare il marciapiede, furiosamente: come se la paglia e tutti i frùstoli di quello sgombero l’avessero di troppo infettato. Aggiunse in fine con un’alzata di spalle, quasi parlando fra sé e sé: «de qui bordòkk lì se ne troeuva de per tütt».

«Una vipera, ti dico, una vipera....» Aspirò sdegnata alcuni cucchiai d’aria, che le sibilava fra i denti. Pareva ansimare nell’obbrobrio del ricordo: di quel dispregio plebeo così turpemente manifestato verso la «raccolta»: «la principale passione» del suo povero Carlo.

I ragazzi si turbarono del turbamento materno. Parteciparono angustiati allo sdegno della mamma contro «quella vipera», che non rammentavano affatto. Con gli occhi limpidi dilatati da tristezza, con due nasi che richiamavano due volte quello del loro povero papà. Guardavano il davanti materno, ancor florido, palpitare sotto i merletti, sotto la seta marrone....

«Con una donna come quella, che ti spia giorno e notte, per il solo gusto di far la spia.... anche quando non c’è niente da spiare.... ma che cosa ci dev’essere mai da spiare?.... allora la vita diventa un tossico....»

Elsa era quasi per sorridere: voleva consolarla.

«E vedova! con due figli da tirar su! e con l’appetito che hanno!.... Oh, Signore, Signore!....» I ragazzi parevano mortificati d’aver tanto appetito; è una brutta cosa, certo.... un vizio.... comune a quasi tutti i ragazzi. «No! il mondo non vale la pena di tutti i nostri sacrifici!.... di tutti i sforsi (22) che facciamo per poter andare in giro a testa alta!.... e per cosa, poi?.... No, no.... credilo, credilo.... Elsa!.... Divertiti, dammi retta.... divertiti!.... intanta che te set a temp ankamò....

«Domani sarai una vecchia.... piena di rughe.... come quella che è passata poco fa.... in della soa carozza.... di temp de Carlo Códega....» (Era donna Eleonora, col Leopoldo in serpa servitore-cocchiere, trainati dall’atassico esemplare equino che ho tentato di descrivere).

«Più brutta ancora, se possibile, più strega, più invidiosa; più stemègna.... (23) Con tutte le malattie dei dottori dentro lo stomaco, in di polmón, ma sigüra!, in di rognón.... come la Mornati o la Pertegati, come la Termontel. Ti orinerai adosso, te lo dico io.... come la nonna di tuo marito.

«Andate a giocare! andate via! Cos’avete da tirarmi la sottana?.... Volete un altro paio di schiaffi?», gridò esasperata ai ragazzi. Un malumore incontenibile l’agitava tutta, s’era fatta pallida, con degli occhi senza ragione.... Quelle parole, quei modi, non le erano abituali, ch’io sappia: almeno fino a quegli anni. I ragazzi chinarono il capo, si scostarono, ignari dei precedenti del mondo, ossequenti al decreto: di quella imbizzita divinità.

Elsa credette di doverla confortare, superò il ribrezzo dei presagi: ignorò l’inciviltà dei modi e dei termini, buttati fuori da una furia così sorda e così repentina. «Via.... non pensare a certe tristezze», le suggerì dolcemente, «tutti, si sa, dovremo diventar vecchi.... un po’ per volta.... Basta accomodarci all’idea.... Tu hai i figlioli.... i tuoi figlioli....»: e li guardò sorridendo, poveri nasoni: e chinò il capo nell’ombra. Tanto che l’Adalgisa parve davvero chetarsi, rasserenarsi. Gli uomini e i giovani, passando, le rimiravano: molti si rivolgevano: sostando poi a guardarle, profittando dell’ora.... Le donne, le ragazze dedicavano a Elsa interminabili occhiate, come d’una invidia senza ritegno....

Disincagliato dai coleotteri, dai geotrùpidi, – acciaccata inoltre la testa della vipera, – fu allora che il consumato romanzo della vedova Biandronni guadagnò finalmente il suo vento, e lo insaccò a piene vele. Dopo alcune battute d’apertura, il discorso lingueggiò rapido, simile a fiamma in pagliaio, dato, poi, che Elsa era la quarantesima volta che lo ascoltava: e i riferimenti base li aveva oramai a memoria.

Gli occhi della narratrice non mollavano un istante i due ragazzi, che s’erano finalmente distratti, dietro l’omino dei palloni, stavolta.... Era la storia del suo primo amore: (locuzione di cui si estasiava: e ne usava con parsimonia, e sempre e comunque a palpebre arrossate): del suo unico amore, correggeva poi subito, ogni volta.... oh! non come tante, che dicono, dicono.... ma poi.... basta voltar via la testa mezzo minuto.... che tràcchete.... Questo qui era stato unico.... unico «propi de bon»....

L’Adalgisa aveva cominciato da stiratrice, anzi da «piscinina....». (24) Ma, data la voce, e la passione, gli zii avevano finito per accedere all’idea della signora Cova, di farle prendere, cioè, delle lezioni di canto. Ci vollero dei bei denari, poveri zii. Ma ne avevano, col negozio. Gli anni passarono, la maestra «si ritirò», il maestro morì: ce ne furono altri due: gli zii l’aiutarono sempre: quelli del negozio, della drogheria sul cantone del Nerino.

Era allora una bella e vivace ragazza del nostro popolo, se lo dico potete credermi, per quanto certi sussurroni mi accusino di incompetenza.... La conoscevo di vista, la incontravo per via.... Non alta, ma di buone proporzioni.... Ardita, provocatrice: d’occhi, e di.... Un po’ troppo soda, forse, come certe tedesche quando fanno la ginnastica svedese: e davanti, poi, e sulla periferia.... un po’.... un po’ troppo.... non saprei come dire.... Era già il tempo che i gusti, anche da noi, principiavano a ingentilirsi.... Alcuni della nostra combriccola, ch’erano ammiratori e recitatori del poeta, e avevano però più in promptu i suoi tipi, i suoi modi, e io stesso che lo amavo e lo amo, prendemmo – non ricordo bene chi fosse il primo a cominciare – cominciammo a chiamarla portianamente la Tettón, nel parlar fra noi, beninteso: o anche, talvolta, più sgangherati, la Tetàscia. Era una sgangheratura affettuosa, sinceramente ammirativa, e direi fraterna.... cioè, un po’ più che fraterna.... una cosa tutta diversa, anzi: tipica, comunque, del nostro tono trivialone ed allegro e delle nostre sane risate, in quegli anni.

Aveva poi degli occhi limpidissimi, d’un azzurro infantile, con l’iride d’un color castano-nero, dorato, d’oro nero.... che occhi, Dio mio!.... per quanto a volte vi trascorresse come un lampo di gioconda e spregiudicata malizia: o addirittura di furberia. E si posavano talora sopra di noi, stupendi, quetandosi, e quetandoci, come in una gioia vivificatrice. Il caldo ardore del vivere pareva consegnato alle cose, alle torri: si placava nei gelati.

Fu, «per breve stagione», una Violetta e una Gilda di quinto ordine: eppur cara a noi tutti che l’applaudimmo freneticamente tutta una stagione di prima estate, al Fossati, e una stagione di autunno, al Carcano, poco avanti l’epopea. L’epopea di allora, si capisce.

Nessuno di noi patì né sudò mai tanto in guerra, salvo che il sangue s’intende, come sudammo al Fossati nel mese e nella stagione d’amore per batter le mani alla Tettón dopo l’ultima biscroma del Parigi o cara: per dirle e gridarle che eravamo presenti, che eravamo felici: felici di lei, del suo trionfo: della sua «ascensione», della sua «apoteosi». Un po’, a dire il vero, ci montavamo e volevamo montarci la testa. Più di me, che poco intendevo e meno intendo di canto, eran loro che s’estasiavano dei trilli, dei barbagli, delle volate, dei profumi, dei pompieri d’oro, del friggere e del sibilare de’ carboni, con l’«Ah, se ciò è ver, fuggitemi! – pura amistade io v’offro» scodinzolante infine nello sgranarsi di un delizioso picchiettato: tutto trilli, gorgheggi, come strascico e fuga di creatura singhiozzevole e ricolma che s’involi a passettini rapidi rapidi, sgomenti e pure concitati e capricciosi, dispettosi, con quegli stivaletti! reggendo le gonne, Dio, Dio, da far impazzire la terza regione platonica dell’inseguitore.... degli astanti....

Gli spasimi isteròidi dell’«Amami Alfredo», conoscendo la buona polpa lombarda che c’era sotto, già allora, a vero dire, m’avrebbero lasciato un po’ incredulo: ma non c’è come «voler» credere, perché anche i convinti del contrario vengano guadagnati alla causa. E il teatro vaporava come un calderone di sedani, dove a bollire, viceversa, ci fossero stati buttati degli «impiegati civili», delle pasticche di altea, (25) delle ascelle in libertà. E noi altri stipati all’impiedi fra la lingéra e la claque, sul piancito fetente del retrologgione, nell’ebullizione generale dei senza giacca, con davanti delle bretelle malvage che parevano aver la rogna nell’elastico, con qualche corbello di stecche di balena, qua e là, portatore di melanzane fradice sotto garze celesti, con quel suffumigio sott’occhio, del palcoscenico: con le finestre di dietro inchiodate, perché giù in istrada tutta l’altra lingéra a tasche asciutte non avesse udire a gratis l’Alfredo. Vocalizzi, disperati gorgheggi, nelle zone sopracute della tessitura, mettevano a vana prova l’estensione della gamma vocale dell’Adalgisa, come di altre cantanti, del resto. Ma eravamo credenti.

E allora tutto, e ogni cosa, ogni ingrediente di quel fasto e di quel frastuono impennacchiati di struzzo, di quei precipitati starnutamenti dell’orchestra, i piatti, poi!, e i tendaggi, e le scene, i modiglioni, i pilastrini a cui ci aggrappavamo, le panche stesse, le aranciate clandestinamente vagabonde nel buio, alle nostre spalle, e tutte le luci verdi e vermiglie che trafiggevano il barattolone fumoso, tenebroso, tutte le cose e gli oggetti e i mezzi della montatura sudante parevano daddovero i nuclei di un ardore vitale, di un «entusiasmo per l’arte», che non badassero a traspirazione: con quelle creature, con quel popolo in fase di vapore, di cui lei, lei! dopo un po’, nel sorriso fascinoso, inchinandosi irraggiata dai riflettori, doveva raccogliere l’acclamazione plaudente, l’urlo, l’urlo encomiastico....

Le finestre barrate di tavole, chiodate. Eppure, nelle sere di Rigoletto, il mibemolle sopracuto nella ripresa interna del «Caro nome....» scatenava applausi ben percepibili da via degli Angeli, dal Foro Bonaparte.... Come Violetta, però, mi piaceva di più che come Gilda: una paccioccona un po’ troppo credula alle promesse, e alla fatalità e innocuità dello spadino del duca.... allora almeno mi sembrava.... e la prega Iddio tutte le feste, al tempio.... che noi altri cattolici romani li chiamiamo chiese, viceversa, e non tempio.... Un tempio un po’ astratto, e lei con un occhio al giovanotto, però.... Insomma, «come mentalità», il contrario giusto dell’Adalgisa, che non s’era mai lasciata metter nel sacco.... (26) Oh! l’Adalgisa!.... Avrei voluto vederla....

Il «sempre libera deggio – folleggiar di gioia in gioia» le permetteva di esagitare sul piancito la vivezza, la snellezza del suo giovane corpo: quella pianta così gagliarda, quel cestello del corsetto, ricolmo: se pur di angosce senza nome: con due sbuffi, come d’una eterea lattuga: flabellato a ogni passo dall’onda lenta di un ventaglione di struzzo; quel garbo dei fianchi.... e del resto, così nobilmente costretto nel lucore delle sue sete, quel pathos e quella gonna inseguiti da uno strascico serpigno, demoniaco, da inciamparci i cavalli....

Nel morir tisica, poi, era inarrivabile. Fosse che qualche volta eravamo magari mezzo storditi, bevuti non direi, poveracci, non ricordo bene,.... ora,.... certo è che il mal sottile, tra la nuvolaglia de’ veli, sottintendeva in lei un seno, un davanti.... già.... di povera creatura consumata dalla cloròsi.... oh! quest’è certo.... ma una cloròsi da secondo impero, date retta...., che ne avanzava pur sempre qualche cosa di potabile.... ve lo garantisco io....

Il tragico estinguersi di quella vita era a momenti più vero e immediato del nostro ardore. «Oh Dio! compermèss che me ven fastidi», sospirava Remigio come svenendo: e tutti gli facevano largo dassenno, qualcuno zittiva, furibondo: e, allora un bieco muggire di proteste a catena, di minacce. Che poi ci lasciò la pelle per davvero, sul Podgora.

Tutti tenevano il fiato, a udirla tossire, cantare, nel suo gran letto di cartapesta, con doppieri, sui tavolini, a illividirne l’ora pallida fra la serica lucentezza e le lattughe bianche della camicia da notte.... tenevano il fiato tutti, in loggione, respiravano nel naso come tanti porcelli....

Andavamo ogni tre o quattro volte, un paio di volte per settimana: ma saremmo andati ogni sera, credo, ove miglior cornucopia ci sovvenisse. Dopo le solite indigestioni di mineralogia o dopo esserci cavati gli occhi per interi pomeriggi nell’«aula di macchine»: (che i maggiorenti del Politecnico, e forse la paterna sollecitudine degli erari di allora, avevano voluta senza finestre, simile a discreta cantina).

Dopo cena andavamo da lei, voglio dire al Fossati, ad estasiarci di lei, della sua voce, della sua «passione», della sua tubercolosi.

Com’era simpatica!

Davanti a lei, pigiati fra i garzonacci del Garibaldi, dimenticavamo perfino l’ingegner Bagatto. E dire che in quegli anni, presso la gran parte dei frequentatori de’ loggioni, non era pur anco invalso l’uso un po’ snob, oggi pressoché generalizzato, di lavarsi di quando in quando anche i piedi: almeno in occasione del Corpus Domini. Tutto dimenticavamo in quegli anni! E di lei finivamo per sognare.

Remigio anzi, una notte, stanco della proiettiva, su quei gomitoli di fili infiniti ci si addormentò, povero ragazzo! A letto, con la luce accesa, con ancora tutte le dispense spampanate sui lenzuoli. Poi mi raccontò il sogno. Sognò di essere penetrato furtivamente, contravvenendo ad oscuri divieti, in una specie di clinica piena di donne tubercolotiche. Oh, ne sarebbe stato capace anche sveglio!

Un orgasmo, ignorato dalla prosa ottimistica dei nostri educatori, lo guidava in quel luogo: le ammalate, (e degenti), forse perché attendevano la consueta visita del sanitario, erano alquanto scoperte.

Il padrone della clinica doveva essere, o gli parve, lo zio droghiere, quello del cantone del Nerino, che lui conosceva perfettamente per avergli grattato qualche manciata di caramelle dai vasi di bottega: con quella sua lestezza, con una destrezza furba, più furba d’ogni attento silenzio: da prestidigitatore di mestiere: distrattolo dal banco col comandargli una qualche quisquilia che sapeva accantonata nel retro. E il brav’uomo ci andava, con le sue ciabatte....

«E difatti, adesso, mi stava guardando piuttosto brutto....», raccontò: «proprio di traverso, anzi, stava lumando: sto turco della malòrsega. E lei invece sorrideva, e mi diceva: s’accomodi, signorino Remigio, s’accomodi perché morirò tisica» E lui le disse qualche cosa in un orecchio, non ricordava che cosa: e lei allora gli singhiozzava addosso piangendo: «no, no, no.... devo morire.... il dottore non vuole.... devo morire oggi stesso.... anzi, in questo preciso momento....» Ma intanto! Intanto rimase viva un’altra mezz’oretta, o fors’anche dieci minuti, o solo cinque, o magari due o tre secondi soltanto.... Nel sogno, lo sapete bene anche voi, non s’ha mai la nozione esatta.... del tempo....

Aveva ammiratori infiniti, ma aveva il senso, come dire? il desiderio, la manìa della famiglia: delle nozze e del consorte legittimi, delle buone regole. «Voglio veder tutto a posto! » diceva già allora, imperiosa, stringendo le labbra: negli anni che già la sua vivacità costituzionale cominciava ad evolversi in prepotenza, come la crisalide in una liberata regina.

Fu poco prima della guerra che incontrò appunto un uomo, che divenne anche lui un suo ammiratore: ma non l’ammirava al Fossati, con gli altri frenetici, e nemmeno l’aspettava dietro scena, coi guantoni bianchi, come un pappagallo vestito, col suo bravo mazzo di rose bianche: da stare attenti a non pungersi i diti.... o sul portoncino del Foro Bonaparte.... No. Questo qui lo incontrò «in famiglia», «sotto Natale»: e aveva dei baffi neri, stupendi! degli occhi di fuoco. Agile, forte: solo il naso, magari....

Per quanto avesse i modi d’un signore, accettò di giocare a tombola «cont i fasoeu », e perfino al gioco dell’oca.... oh! che risate!....

Gli zii glie lo presentarono: era il ragionier Biandronni: era il povero Carlo.... «L’è stàa official in Libia», soggiunsero con una certa angoscia nel viso implorante, e strinsero l’una nell’altra le mani, di conserva: ed egli, con signorile modestia, con giovenile spigliatezza, si andava affusellando i baffi, le punte di quei suoi baffi! nerissimi.... Il ragioniere, da qualche mese teneva la contabilità del negozio. E la tenne poi sempre, da galantuomo: e incaricato poi del cum quibus, del palpiruolo vero e proprio, versamenti, pagamenti, tasse, stipendi al commesso, ecc. ecc., ebbe a render sempre ragione d’ogni cosa, e di tutto, fino all’ultimo centesimo, con quella sua precisione franca e brava. «E gli assegnò sette e cinque per diece», soleva conclamare di sé con un vocione compiaciuto: estasiando quel pelabrocchi (27) d’uno zio.

L’Adalgisa cantava già, e viveva da sola: orfana, si era «emancipata», come dicevano e credo dicano ancora le buone zie, a Milano, quando parlano con una certa libertà, e non senza un certo rimorso, di fatti o di ragioni un po’ ardite, un po’ fuori della norma. Aveva montato un appartamentino in via San Girolamo, oggi Carducci, al quart pian: dopo quel moncone di torre ch’era a guardia della pusterla rossa, di rosso mattone. Lumava con le finestre un po’ dappertutto: e lo aveva tutto tappezzato de’ suoi propri ritratti, vista un po’ da tutte le parti: (ma il monumento era sempre quello, sotto il vitino, (28) sopra il vitino): con certi occhi prepotenti, vividissimi: che volevano viceversa parer languidi, e ci riuscivano a stento. Con dei gran mazzi di rose bianche tra mano, ma reclinati, abbandonati sospirosamente all’ingiù, a significare un momentaneo e floreale abbandono dell’alma, un «manibus, o, date lilia plenis» tra il romantico e il mefistofelico impostole là per là dal fotografo: che sapeva d’Aleardi e di Boito: e sosteneva d’essere stato garibaldino.

«Che la me faga minga qui oeucc lì!....», le diceva furente il fotografo entrato sotto il taffetà nero, con la voce d’un semisepolto: «.... che la me par on capelón.... La donna, l’artista, la gh’à de vèkk uno sguardo dolce.... un po’ languido.... La me dà a trà sì o no?.... specialmente ona donna come lée.... sfiorata oremai de la gloria.... e de la gloria più pura.... Uno sguardo, un occhio, on oeucc.... savarìa no come dì.... come la Frine.... hèe!.... la Frine del nost Pelegatta.... L’ha minga vista a la Permanènt? (29) Ona meraveja, ghe disi....» Fuoruscito dal taffetà, seguitava ancora a perorare: «.... O tutt’al più», girava certa vitarella, «tutt’al più un aspetto materno.... come la gh’avèss el fioeu im bràsc.... Che la pensa domà on moment a la Madonna de la Seggiola.... il capolavoro dell’immortale Raffaello!.... Ecco: che la se gira on pô in sü la vida, per piasè....» (rientrò nel tunnel): «.... on pô püssée.... ecco: inscì: ankamò on pô.... ecco, dess basta.... l’occhio dolce, affabile, me recomandi, un po’ malinconico magari.... hèe!.... La malinconia, ghe par? la sarà semper püssée poetica d’on capp stazion.... Tiri un sospiro, cioska!.... s’el ghe rièss.... Un sospiro: se l’è, dopo tütt?.... Come s’el so morós el ghe fasèss magara on quai cornett.... Più affabile quell’occhio!.... Ancora più affabile!.... Ecco.... brava.... inscì.... Inscì ghe semm!.... ecco, ecco.... ferma.... ferma un momento!.... un momento solo.... ecco fatto!»





modi d’un signore, accettò di giocare a tombola «cont i fasoeu », e perfino al gioco dell’oca.... oh! che risate!....

Gli zii glie lo presentarono: era il ragionier Biandronni: era il povero Carlo.... «L’è stàa official in Libia», soggiunsero con una certa angoscia nel viso implorante, e strinsero l’una nell’altra le mani, di conserva: ed egli, con signorile modestia, con giovenile spigliatezza, si andava affusellando i baffi, le punte di quei suoi baffi! nerissimi.... Il ragioniere, da qualche mese teneva la contabilità del negozio. E la tenne poi sempre, da galantuomo: e incaricato poi del cum quibus, del palpiruolo vero e proprio, versamenti, pagamenti, tasse, stipendi al commesso, ecc. ecc., ebbe a render sempre ragione d’ogni cosa, e di tutto, fino all’ultimo centesimo, con quella sua precisione franca e brava. «E gli assegnò sette e cinque per diece», soleva conclamare di sé con un vocione compiaciuto: estasiando quel pelabrocchi (27) d’uno zio.

L’Adalgisa cantava già, e viveva da sola: orfana, si era «emancipata», come dicevano e credo dicano ancora le buone zie, a Milano, quando parlano con una certa libertà, e non senza un certo rimorso, di fatti o di ragioni un po’ ardite, un po’ fuori della norma. Aveva montato un appartamentino in via San Girolamo, oggi Carducci, al quart pian: dopo quel moncone di torre ch’era a guardia della pusterla rossa, di rosso mattone. Lumava con le finestre un po’ dappertutto: e lo aveva tutto tappezzato de’ suoi propri ritratti, vista un po’ da tutte le parti: (ma il monumento era sempre quello, sotto il vitino, (28) sopra il vitino): con certi occhi prepotenti, vividissimi: che volevano viceversa parer languidi, e ci riuscivano a stento. Con dei gran mazzi di rose bianche tra mano, ma reclinati, abbandonati sospirosamente all’ingiù, a significare un momentaneo e floreale abbandono dell’alma, un «manibus, o, date lilia plenis» tra il romantico e il mefistofelico impostole là per là dal fotografo: che sapeva d’Aleardi e di Boito: e sosteneva d’essere stato garibaldino.

«Che la me faga minga qui oeucc lì!....», le diceva furente il fotografo entrato sotto il taffetà nero, con la voce d’un semisepolto: «.... che la me par on capelón.... La donna, l’artista, la gh’à de vèkk uno sguardo dolce.... un po’ languido.... La me dà a trà sì o!Xx\Mx\Macute;e.... sfiorata oremai de la gloria.... e de la gloria più pura.... Uno sguardo, un occhio, on oeucc.... savarìa no come dì.... come la Frine.... hèe!.... la Frine del nost Pelegatta.... L’ha minga vista a la Permanènt? (29) Ona meraveja, ghe disi....» Fuoruscito dal taffetà, seguitava ancora a perorare: «.... O tutt’al più», girava certa vitarella, «tutt’al più un aspetto materno.... come la gh’avèss el fioeu im bràsc.... Che la pensa domà on moment a la Madonna de la Seggiola.... il capolavoro dell’immortale Raffaello!.... Ecco: che la se gira on pô in sü la vida, per piasè....» (rientrò nel tunnel): «.... on pô püssée.... ecco: inscì: ankamò on pô.... ecco, dess basta.... l’occhio dolce, affabile, me recomandi, un po’ malinconico magari.... hèe!.... La malinconia, ghe par? la sarà semper püssée poetica d’on capp stazion.... Tiri un sospiro, cioska!.... s’el ghe rièss.... Un sospiro: se l’è, dopo tütt?.... Come s’el so morós el ghe fasèss magara on quai cornett.... Più affabile quell’occhio!.... Ancora più affabile!.... Ecco.... brava.... inscì.... Inscì ghe semm!.... ecco, ecco.... ferma.... ferma un momento!.... un momento solo.... ecco fatto!»



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L’Adalgisa

«.... E che ero una qui, e che ero una là; e che cantavo nei teatri di strapazzo, per i militari; che avevo già avuto una cinquantina d’amanti!.... ma sè!.... cento.... mille.... un milione!»

Una frenesia improvvisa aveva colto quella donna, per solito così «normale». I ragazzi si erano allontanati a guardare una carabina che aveva un ragazzo, e pareva vera: non ad aria compressa, ma con le «vere cartucce». Stavano osservandola estasiati, pezzo per pezzo: la toccavano, timidi, con un ditino, l’uno dopo l’altro, mentre il ragazzo, muto e sprezzante, gioiva di orgoglio.

«.... Se non fosse stato per il mio povero Carlo, che mi adorava.... senza esagerazione.... mi adorava», ricordò di aver sorriso del verbo adorare nel caso di Elsa, «.... povero figliolo!.... se non fosse stato per lui…. ti dico io che me lo sarei preso davvero l’amoroso.... ma de quii viscor, (1) però.... un tenente dei bersaglieri.... sí, proprio, un tenente....», pareva una bambina in capricci, che dicesse un cioccolattino col rosolio.... sì, proprio, col rosolio! «con delle piume fino alla vita!», e segnò davvero la cintura, «per farla crepare di rabbia.... quella stregaccia!.... E ce l’avevo lì pronto, veh?.... bastava solo che avessi voluto!.... Vedova.... padrona di fare quel che volevo.... dopotutto.... Ed era perfino un nobile.... un meridionale, magari.... ma un gran bel ragazzo!»

«È una strega!», gridò; «sono streghe! tutte quante insieme! Gli manca soltanto la pentola da far bollire i malefizî, con dentro le lingue dei rospi…. Mi hanno avvelenato la vita!»

«Non pensarci, cara, a certe tristezze», disse Elsa assai triste, con una sincera pietà. «Rasserénati.... hai almeno i tuoi figli....»: e un pianto le velò improvvisamente gli occhi.

«Non voglio rasserenarmi, che rasserenarmi d’Egitto!», gridò l’altra con una rabbia crescente, facendo volgere chi passava. «Non voglio. E tutto perché ero rimasta vedova! Cosa non me ne han dette! Cosa non me ne avevano fatte passare già fin da prima!.... perché cantavo! Sì, cantavo; oh bella!.... Cantavo!.... perché avevo una voce.... che se non avessi sposato il mio povero Carlo.... a quest’ora sarei sul palco del Metropolitan.... con una cinquantina di file di perle intorno al collo.…»

I ragazzi, laggiù, ipnotizzati da quella carabina.

«E questi due disgraziati lo devono a me, solo a me, se domani avranno qualche cosa addosso anche loro, come tütt i alter, una posizione, un po’ di sostanza....»

Elsa considerò che in realtà la cognata le era sempre parsa più sollecita dell’ordine che del disordine: più preoccupata della casa, dei «paviment de cera», che del palcoscenico del Metropolitan. Una tenuta inappuntabile della persona, una borsetta chiusa, stretta a due mani sulla cerniera, una oculata amministrazione della «sostanza». Intenta sempre alle cose fondate, alle suole e alle scarpe dei ragazzi, e impegnata a tutt’altro che a cercar bersaglieri, o ufficiali de’ bersaglieri, con le penne fino alla vita....

Solo la patita umiliazione, lo sdegno che l’aveva rôsa per anni, lunghi anni, potevano indurla ad esprimersi così. Solo il ricordo degli anni di gioventù e d’orgoglio, che aveva sperato felici dopo le nozze: e invece nella «nuova famiglia» l’avevano considerata come una disgrazia, una debolezza «di quel benedetto Carlo». E l’avevano lasciata freddamente in disparte, o addirittura respinta, come una profittatrice e una ex-cantante d’operette, una furba, insomma, a cui fosse riuscito di fare il colpo.

Il colpo col povero Carlo.

«Hai da vendicarmi, Elsa mia!», disse a un tratto; in un tono sommesso, cattivo, quasi un suggerimento. Cercò un fazzoletto nella borsetta: se lo premé sugli occhi, si soffiò il naso.

«Vendicarti?»

«Voglio dire sta’ allegra; divertiti intanto che sei ancora in tempo. Non pensarci, non essere così triste. È tutta poesia, nient’altro che poesia, credi a me....»

Disse «poesia» come avrebbe detto le feci o altri materiali putrescenti.

«Soltanto.... sceglilo bene.... Càtel foeura cont i occ avert.... (2)

«Ma non dargli la soddisfazione di credere al loro stemma.... alla loro superbia.... di prendere come oro colato tutte le minchionerie che gli vengono fuori dalla bocca.... Sono dei marchesi minchioni! Dài retta a me! Tu poi! Che sei come me, che sei piú bella di me.... che sei giovane....»: la guardò con l’occhio ammirato d’una sacerdotessa, d’una medichessa. «Se non sei felice.... se non hai, tutte le soddisfazioni che meriti.... ascoltami! Gli anni fanno presto a passare.... è inutile consumarli a far via la polvere ai mobili, ai ritratti.... Credimi, Elsa, non meritano....»

«Ma di che parli? Che dici? a quali marchesi alludi?....», implorò Elsa, con una voce tuttavia così limpida, che disarmò la cognata. La quale, come una scolaretta redarguita dalla maestra, inghiottì senza batter ciglio quel difficile «alludi».

I ragazzi tornarono rasserenati, e ormai dimentichi dell’uomo cattivo, a raccontare le perfezioni della carabina. Litigavano però intanto fra loro, in un «a parte» sottolineato da qualche calcio in tralice, sostenendo l’uno che era una Vetterly, l’altro una Royal Manchester. «Sei stupido!» «E tu sei scemo!». «Finitela!», si inviperì l’Adalgisa; pareva fuor di sé. «Finiscila, Gianfranco, o ti do uno schiaffo!» E lo schiaffo arrivò prima ancora della formulazione dell’ipotesi, come il lampo in precedenza sul tuono.

Gianfranco, interdetto, zittì e smise di tirar calci al fratello, ma non pianse. Luciano si affievolì subito lui pure.

Elsa ebbe delle parole buone e dolci per entrambi: ma intanto che si chinava sul più piccolo, a racconsolarlo, e a persuaderlo che i calci sugli stinchi potevano far del male anche a Gianfranco, Bruno ripassò pedalando, lento, preciso. E le parve, mentre lui la guardò, un pensiero inesorabile e fulgido scaturito dalla folla tediosa dei viventi. L’Adalgisa, stavolta, seguì quel ciclista con l’occhio, esasperata anche di lui, come di una cosa irregolare, contraria alla decenza, e al buon ordine della società. Dopo quel po’ po’ di sermoncino. Oh! Ella avrebbe voluto veder pedalare il suo Carlo! Oh! allora sì!

Oh! Col suo Carlo «era una cosa diversa». Il loro romanzo era stato una cosa incredibile, così davvero credeva. «Una pagina meravigliosa nel breve libro della vita!» diceva la «strega», cioè donna Eleonora Vigoni, (adoratrice di Longfellow), con molta dolcezza; e con altrettanta perfidia. Ella possedeva in sommo grado l’arte di lodare il Signore per far dispetto agli uomini. In tali occasioni atteggiava la lunga faccia vizza a un così compunto e disciplinato Deo gratias, che veniva voglia di prenderla a schiaffi. Certi ingegneri e fabbricanti di scaldabagni – il suo salotto non poteva respingerli, per via delle parentele e degli affetti familiari che ad esse conseguono – quando lei gli rivolgeva due parole d’obbligo piene di indulgenza e d’una commiserante sopportazione, avevano proprio difficoltà a non uscir dai gangheri. Dai quali gangheri usciva poi viceversa ella stessa non appena il garzonaccio del macellaio, e il suo degno sosia della drogheria Usuelli, avesse pronunziato il nome illustre dei Vigoni «come solo può pronunciarlo un teppista», ecc. ecc. la cattiva pronuncia di simili «farabutti» era stata anzi causa efficiente (3) a mutar di macelleria nove volte in due anni: addebitandone però) la colpa alla fesa.

La «pagina meravigliosa nel breve libro della vita» aveva avuto, per il povero Carlo, un inizio assolutamente imprevisto dall’austerità ironica dei Vigoni, per quanto alcuni, i Tantardini marito e moglie, ad esempio, che ebbero loro pure occasione di commentarmi tutta la storia, lo ritengano invece de’ più comuni e direi usuali nella fisica dell’uman genere.

Il povero Carlo, per quanto affetto da onestà cronica, utilizzava il suo diploma di ragioniere «amministrando» alcune case popolari in corso Vercelli, ma giù in fondo, però: e «on para de palazz de sciori in Via Brisa.... che domà quii....»: e rivedeva seralmente i conti ad alcuni droghieri de’ più pepati tra il Pontaccio e il Terraggio, passando anche da via San Giovanni sul Muro. Questi droghieri, immersi da anni in un’atmosfera mista di zafferano e portorico (4) tra scatole di biscotti Wafer, non lo erano altrettanto nella computisteria, poveracci.

Come dice anche solo il nome, Carlo!, egli era un bravo e bell’uomo. I suoi baffi, al loro tempo, avevano trionfato in Libia, terrore del deserto. Neri e guglielmini sotto il casco, sublimi in vetta al mehàra, perseguirono implacabili alcuni beduini dagli occhi cisposi; e li avevano fugati ogniqualvolta. I beduini, accoccolati nel rovescio delle dune, avvistavano quei baffi a tre chilometri e mantenevano poi il vantaggio per tutta la corsa. Quei baffi avevano innamorato una mora, ma una mora vera, di Tobrúk: nonché un paio di morettone un po’ più nostrane, svoltando fuori da corso Vercelli, giù, giù, per i sentieri e lungo i filari dei salci, fino alla cascina Caccialèpori.

E poi altre more, da mangiare, colte qua e là, in Valassina, «lunghesso» le siepi che circoscrivono campi di patate o di granturco: delle cui foglie silicose, cra cra cra, larghe e lustre, le vacche sono amantissime.

Carlo tornava dalle sue passeggiate suburbane con delle scarpe da masnadiero, che facevano la disperazione della serva. Pareva un «ingegner