TRIESTE DI IERI E DI OGGI chiamate d'oca

       

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Trieste di ieri e di oggi

 

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TRIESTE

 

Trieste,   Trst   in sloveno,   Triest   in tedesco, è un comune italiano, capoluogo dell'omonima provincia e della regione Friuli-Venezia Giulia, e più in particolare del wwufrhmh. venda de ganso de canadala regione storico-geografica della Venezia Giulia.

Coordinate geografiche 45°38′10″N 13°48′15″E
Altitudine 2 m s.l.m.
Superficie 84,49 km²
Abitanti 205 519 al 31-05-2011
Densità 2 432,47 ab./km²
Comuni confinanti: Duino-Aurisina (Devin Nabrežina), Erpelle-Cosina (SLO), Monrupino (Repentabor), Muggia, San Dorligo della Valle (Dolina), Sesana (SLO), Sgonico (Zgonik)
Cod. postale 34121-34151 (aboliti 34012, 34014, 34017)
Prefisso 040
Targa TS
Nome abitanti: triestini
Patrono: san Giusto
Giorno festivo: 3 novembre

 

Comune di Trieste, numeri telefonici di utilità

 

 

 

Lo stemma duecentesco della Città di Trieste è costituito da uno Scudo francese antico di color rosso con un'alabarda argento (la cosiddetta alabarda (o lancia) di San Sergio) il tutto sovrastato da una corona muraria da città.

 

 

 

 

 

 

 

 

Trieste info turistiche:


La Storia in sintesi

Il nome Tergeste è di origine preromana, con base preindoeuropea: terg = mercato, ed il suffisso –este, tipico dei toponimi venetici. In alternativa, si ritrova proposta l'origine latina del nome "tergestum" (riportata dal geografo di età augustea Strabone), legata al fatto che i legionari romani dovettero combattere tre battagle per avere ragione delle popolazioni indigene ("Ter-gestum bellum", dal latino "ter" = tre volte e "gerere bellum" = far guerra, cui il participio passato da "gestum bellum").

Sin dal II millennio a.C. il territorio della provincia di Trieste fu sede di importanti insediamenti protostorici, i castellieri, villaggi arroccati sulle alture e protetti da fortificazioni in pietra, i cui abitanti appartenevano a popolazioni di probabile origine illirica e di stirpe indoeuropea. Fra il X e il IX secolo a.C. la popolazione autoctona entrò in contatto con un'altra etnia indoeuropea, i (Venetici, Heneti o Eneti), da cui venne notevolmente influenzata sotto il profilo culturale.  
Con le conquiste militari dell'Illiria da parte dei Romani, i cui episodi più salienti furono la guerra contro la pirateria degli Istri del 221 a.C., la fondazione di Aquileia nel 181 a.C. e la guerra istrica del 178-177 a.C., ebbe inizio un processo di romanizzazione ed assimilazione delle popolazioni preesistenti. Tergeste fu colonizzata alla metà del I secolo a.C. in epoca cesariana (Regio X Venetia et Histria), ed è probabile che la fortezza principale fosse situata sulle pendici del colle di San Giusto. I Tergestini sono menzionati nel De bello Gallico   di Giulio Cesare, a proposito di una precedente invasione forse di Giapidi: "Chiamò T. Labieno e mandò la legione quindicesima (che aveva svernato con lui) nella Gallia Cisalpina, a tutela delle colonie dei cittadini romani, per evitare che incorressero, per incursioni di barbari, in qualche danno simile a quello che nell'estate precedente era toccato ai Tergestini che, inaspettatamente, avevano subito irruzioni e rapine. (CAES. Gall. 8.24). Tergestum fu citata poi da Strabone, geografo attivo in età augustea, che la definì come   phrourion   (avamposto militare) con funzioni di difesa e di snodo commerciale.
Tergeste si sviluppò e prosperò in epoca imperiale, imponendosi come uno dei porti più importanti dell'alto Adriatico sulla via Popilia-Annia. Il nucleo abitativo nel 33 a.C. venne cinto da alte mura (ancora visibile la porta meridionale, il cosiddetto Arco di Riccardo) da Ottaviano Augusto (murum turresque fecit) e venne arricchito da importanti costruzioni quali il Foro ed il Teatro.

Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, la città passò sotto il controllo dell'impero bizantino fino al 788, quando venne occupata dai franchi. Nel 1098 risultava già diocesi vescovile con il nome latino di Tergestum. Nel XII secolo divenne un Libero Comune e dopo secoli di battaglie contro la rivale Venezia, Trieste si pose sotto la protezione (1382) del duca d'Austria conservando però una notevole autonomia fino al XVII secolo.
Nel 1719 divenne porto franco ed in quanto unico sbocco sul mare Adriatico dell'Impero Austriaco, Trieste fu oggetto di investimenti e si sviluppò diventando, nel 1867, capoluogo della regione del Litorale Adriatico dell'impero (l'"Adriatisches Küstenland"). Nonostante il suo stato privilegiato di unico porto commerciale della Cisleithania e primo porto dell'Austria-Ungheria, Trieste conservò sempre in primo piano, nei secoli, i legami culturali con l'Italia; infatti, anche se la lingua ufficiale della burocrazia era il tedesco, l'italiano era la lingua del commercio e della cultura. Nel XVIII secolo il dialetto triestino (dialetto di tipo veneto) sostituì il tergestino, l'antico dialetto locale di tipo retoromanzo. Il triestino, parlato anche da scrittori e filosofi, continua ad essere tuttora l'idioma più usato in ambito familiare e in molti contesti sociali di natura informale e talvolta anche formale, affiancandosi, in una situazione di diglossia, all'italiano, lingua amministrativa e principale veicolo di comunicazione nei rapporti di carattere pubblico.
Trieste fu, con Trento, oggetto e al tempo stesso centro di irredentismo, movimento che, negli ultimi decenni del XIX secolo e agli inizi del XX aspirava ad un'annessione della città all'Italia. Ad alimentare l'irredentismo triestino erano soprattutto le classi borghesi in ascesa (ivi compresa la facoltosa colonia ebraica), le cui potenzialità ed aspirazioni politiche non trovavano pieno soddisfacimento all'interno dell'Impero austro-ungarico. Quest'ultimo veniva visto da molti come un naturale protettore del gruppo etnico slavo (verbali del consiglio dei ministri imperiali asburgici del 1866, dopo la perdita di Venezia, per ridurre dove possibile l'influenza dell'elemento italiano, in favore di quello germanico o slavo quando questi fossero presenti) che viveva sia in città che in quelle zone multietniche che costituivano il suo immediato retroterra (che iniziò ad essere definito in quegli anni con il termine di Venezia Giulia).
L'imperatore Francesco Giuseppe ordinò infatti una politica di "germanizzazione" e "slavizzazione" che andava contro gli Italiani che vivevano nel suo impero. Il sovrano ordinò: "si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione [ Germanisierung oder Slawisierung ] di detti territori [...], con energia e senza scrupolo alcuno": così recitava il verbale del Consiglio della Corona del 12 novembre 1866. Il termine "Litorale" era impiegato nell'amministrazione asburgica per indicare la Venezia Giulia, quindi anche Trieste. Fra le molte misure di germanizzazione e slavizzazione promosse dal governo e dall'amministrazione asburgica vi furono delle espulsioni di massa imposte dal governatore triestino, principe Hohenlohe, che provocarono la fuoriuscita forzata di circa 35.000 italiani da Trieste fra il 1903 ed il 1913. Nel 1913, dopo un altro decreto del principe Hohenlohe che prevedeva espulsioni d'Italiani, i nazionalisti slavi suoi sostenitori tennero un pubblico comizio contro l’Italia, per poi svolgere una manifestazione al grido di “Viva Hohenlohe! Abbasso l’Italia! Gli Italiani al mare!”, tentando poi di assalire lo stesso Consolato italiano.
Si ebbero inoltre altre iniziative repressive o discriminatorie nei confronti degli italiani, fra cui anche episodi di violenza e vittime. A Trieste tra il 10 e il 12 luglio 1868, si ebbero violenze sugli Italiani da parte di soldati asburgici arruolati fra gli sloveni locali, che provocarono diversi morti e un gran numero di feriti fra gli italiani. Una delle vittime, Rodolfo Parisi, fu massacrato con 26 colpi di baionetta. L'impero cercò inoltre di diffondere il più possibile scuole tedesche (esistevano scuole medie tedesche anche a Trieste, come in molte altre località limitrofe) od in alternativa slovene e croate, tagliando i fondi alle scuole italiane od anche proibendone la costruzione, proprio per cancellare la cultura italiana, così come avveniva negli stessi anni in Dalmazia. Gli stessi libri di testo furono sottoposti a rigide forme di censura, con esiti paradossali, come l'imposizione di studiare la letteratura italiana su testi tradotti dal tedesco o la proibizione di studiare la stessa storia di Trieste, perché ritenuta "troppo italiana". L'autonomia triestina venne ad essere drasticamente ridotta dal "centralismo viennese" che "aveva attentato" sin dal 1861 "ai resti della vita autonomistica, specialmente a Trieste". Infatti, era volontà del governo austriaco di "indebolire i poteri e la forza politica ed economica del comune di Trieste controllato dai nazionali-liberali Italiani, ritenendolo giustamente il cuore del liberalismo nazionale in Austria e delle tendenze irredentiste". Questo prevedeva anche la recisione degli "stretti rapporti politici, culturali e sociali fra i liberali triestini e l'Italia". Poiché all'interno della comunità ebraica triestina erano diffuse idee irredentiste e filotaliane, le autorità imperiali cercarono anche di diffondere l'antisemitismo in funzione antirredentista ed antitaliana.
In realtà agli inizi del Novecento il gruppo etnico sloveno era in piena ascesa demografica, sociale ed economica, e, secondo il discusso censimento del 1910, costituiva circa la quarta parte dell'intera popolazione triestina. Ciò spiega come l'irredentismo assunse spesso, nella città giuliana, dei caratteri marcatamente anti-slavi che vennero perfettamente incarnati dalla figura di Ruggero Timeus. La convivenza fra i vari gruppi etnici che aveva da secoli contraddistinto la realtà sociale di Trieste (e di Gorizia) subì, pertanto, un generale deterioramento fin dagli anni che precedettero la prima guerra mondiale.
Nel 1918 il Regio esercito entrò a Trieste acclamato dalla maggioranza della popolazione, che era di sentimenti italiani. La sicura imminente annessione della città e della Venezia Giulia all'Italia, fu però accompagnata da un ulteriore inasprimento dei rapporti tra il gruppo etnico italiano e quello sloveno, traducendosi talvolta anche in scontri armati. A tale proposito furono emblematici, il giorno 13 aprile 1920, i disordini scoppiati a Trieste in seguito di un attentato contro l'esercito italiano di stanza a Spalato, che aveva causato due vittime fra i militari. Durante i disordini, contraddistinti da un marcato carattere anti-slavo, un gruppo di squadristi triestini presidiò l'Hotel Balkan, ove aveva sede il Narodni dom (Casa Nazionale), centro culturale degli sloveni e delle altre nazionalità slave locali, che fu dato alle fiamme. «Il rogo...mostra con le fiamme, che ben si possono scorgere da diversi punti della città, la forza del fascismo in attesa».
Con la firma del Trattato di Rapallo del novembre 1920, Trieste passò definitivamente all'Italia, inglobando, nel proprio territorio provinciale, zone dell'ex Contea di Gorizia e Gradisca, dell'Istria e della Carniola.
Il periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale fu segnato da numerose difficoltà per Trieste. L'economia della città fu colpita infatti dalla perdita del suo secolare entroterra economico; ne soffrì soprattutto l'attività portuale e commerciale, ma anche il settore finanziario. Trieste perse la sua tradizionale autonomia comunale e cambiò anche la propria configurazione linguistica e culturale; quasi la totalità della comunità germanofona lasciò infatti la città dopo l'annessione all'Italia; con l'avvento del fascismo l'uso pubblico delle lingue slovena e tedesca fu proibito e vennero chiuse le scuole, i circoli culturali e la stampa della comunità slovena. Moltissimi sloveni così emigrarono nel vicino Regno di Jugoslavia.Un fenomeno analogo si era avuto, poco prima, ma in senso inverso, con la fuga dei dalmati italiani dalle loro ataviche terre, dinnanzi alle persecuzione attuate dai serbocroati, una volta che la Dalmazia era stata annessa al regno di Jugoslavia. Dalla fine degli anni venti, cominciò l'attività sovversiva dell'organizzazione antifascista e irredentista sloveno-croata TIGR, con alcuni attentati dinamitardi anche nel centro cittadino.
Nonostante i problemi economici e il teso clima politico, la popolazione della città crebbe negli anni venti del Novecento, grazie soprattutto all'immigrazione da altre zone dell'Italia. La prima metà degli anni trenta furono invece anni di ristagno demografico, con una leggera flessione della popolazione dell'ordine di circa l'1% su base quinquennale (nel 1936 si contarono infatti quasi duemila abitanti in meno che nel 1931). Nello stesso periodo, e successivamente, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, furono portate avanti alcune importanti opere urbanistiche; tra gli edifici più rilevanti vanno ricordati il palazzo dell'Università e il Faro della vittoria. Con l'introduzione delle leggi razziali fasciste del 1938, la vita culturale ed economica della città subì un ulteriore degrado dovuto all'esclusione della comunità ebraica dalla vita pubblica.
Nel periodo che va dall'armistizio (8 settembre 1943) all'immediato dopoguerra, Trieste fu al centro di una serie di vicende che hanno segnato profondamente la storia del capoluogo giuliano e della regione circostante e suscitano tuttora accesi dibattiti. Nel settembre del 1943 la Germania nazista occupò senza alcuna resistenza la città che venne a costituire, insieme a tutta la Venezia Giulia una zona di operazioni di guerra, l'OZAK (Operationszone Adriatisches Küstenland), alle dirette dipendenze del Gauleiter di Carinzia Friedrich Rainer. Egli tollerò in città la ricostituzione di una sede del PFR, diretta dal federale Bruno Sambo, la presenza di un'esigua forza di militari italiani al comando del generale della GNR Giovanni Esposito e l'insediamento di un reparto della Guardia di Finanza. Si riservò però la nomina del podestà, nella persona di Cesare Pagnini, e del prefetto della provincia di Trieste, Bruno Coceani, entrambi ben accetti ai fascisti locali, alle autorità della RSI e allo stesso Mussolini, che conosceva personalmente Coceani. Durante l'occupazione nazista la Risiera di San Sabba - oggi Monumento Nazionale e museo - venne destinata a campo di prigionia e di smistamento per i deportati in Germania e Polonia e per detenuti politici, partigiani italiani e slavi. La presenza del forno crematorio nella Risiera testimonia che non fu utilizzata solo come luogo di smistamento e di detenzione di prigionieri, ma anche come campo di sterminio. Si tratta dell'unico campo di concentramento nazista presente in territorio italiano. In seguito, nei primi anni cinquanta la Risiera fu usata come campo profughi per gli esuli istriani, fiumani e dalmati in fuga dai territori passati alla sovranità jugoslava.
L'insurrezione dei partigiani italiani e jugoslavi a Trieste fu contraddistinta da uno svolgimento anomalo. Il 30 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale del quale era presidente don Edoardo Marzari, composto da tutte le forze politiche antifasciste con l'eccezione dei comunisti, proclamò l'insurrezione generale; al tempo stesso le brigate dei partigiani jugoslavi con l'appoggio del PCI attaccarono dall'altipiano. Gli scontri si registrarono principalmente nelle zone di Opicina (sull'altipiano carsico), del Porto Vecchio, del castello di San Giusto e dentro il Palazzo di Giustizia, in città. Tutto il resto della città fu liberato. Il comando tedesco si arrese solo il 2 maggio alle avanguardie neozelandesi, che precedettero di un giorno l'arrivo del generale Freyberg. Le brigate partigiane jugoslave di Tito erano già giunte a Trieste il 1º maggio e i suoi dirigenti convocarono in breve tempo un'assemblea cittadina composta da cittadini jugoslavi e da due italiani. Questa assemblea proclamò la liberazione di Trieste, così presentando i partigiani di Tito come i veri liberatori della città agli occhi degli alleati spingendo i partigiani non comunisti del CLN a rientrare nella clandestinità.
Gli jugoslavi esposero sui palazzi la bandiera jugoslava, il Tricolore italiano con la stella rossa al centro e le bandiere rosse con la falce e martello. Le brigate jugoslave, giunte a Trieste a marce forzate per precedere gli anglo-americani nella liberazione della Venezia Giulia, non contenevano nessuna unità partigiana italiana inserita nell'Esercito jugoslavo, mandate invece a operare altrove, benché molti triestini (italiani e sloveni) vi fossero compresi. Gli alleati (nello specifico la Seconda divisione neozelandese, che fu la prima ad arrivare in città), riconobbero che la liberazione era stata compiuta dai partigiani di Tito e in cambio chiesero e ottennero la gestione diretta del porto e delle vie di comunicazione con l'Austria (infatti, non essendo ancora a conoscenza del suicidio di Hitler, gli angloamericani stavano preparando il passo ad un'invasione dell'Austria e quindi della Germania). L'esercito jugoslavo assunse i pieni poteri. Nominò un Commissario Politico, Franc Štoka, membro del partito comunista. Il 4 maggio vennero emanati dall'autorità jugoslava a Trieste, il Comando Città di Trieste (Komanda Mesta Trst) gli ordini 1, 2, 3 e 4 che proclamano lo stato di guerra, impongono il coprifuoco (a combattimenti terminati) e uniformano il fuso orario triestino a quello jugoslavo. Limitarono la circolazione dei veicoli e prelevarono dalle proprie case numerosi cittadini, sospettati di nutrire scarse simpatie nei confronti della ideologia che guidava le brigate jugoslave. Fra questi non vi furono solo fascisti o collaborazionisti, ma anche combattenti della Guerra di Liberazione. Un memorandum statunitense dell'8 maggio recitava:
« A Trieste gli Jugoslavi stanno usando tutte le familiari tattiche di terrore. Ogni italiano di una qualche importanza viene arrestato. Gli Jugoslavi hanno assunto un controllo completo e stanno attuando la coscrizione degli italiani per il lavoro forzato, rilevando le banche e altre proprietà di valore e requisendo cereali e altre vettovaglie in grande quantità. »
L'otto maggio proclamarono Trieste città autonoma in seno alla Repubblica Federativa di Jugoslavia. Sugli edifici pubblici fecero sventolare la bandiera Jugoslava affiancata dal Tricolore italiano con la stella rossa al centro. La città visse momenti difficili, di gran timore, con le persone dibattute tra idee profondamente diverse: l'annessione alla Jugoslavia o il ritorno all'Italia. In questo clima si verificarono confische, requisizioni e arresti sommari. Vi furono anche casi di vendette personali, in una popolazione esasperata dagli eventi bellici e dalle contrapposizioni del periodo fascista. Invano i triestini sollecitarono l'intervento degli Alleati. Il comando alleato e quello jugoslavo raggiunsero infine un accordo provvisorio sull'occupazione di Trieste. Il 9 giugno 1945 a Belgrado, Josip Broz Tito, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo, concluse l'accordo con il generale Alexander che portò le truppe jugoslave a ritirarsi dietro la linea Morgan. Gli alleati assunsero allora il controllo della Città e del suo hinterland.
Le rivendicazioni jugoslave e italiane nonché l'importanza del porto di Trieste per gli Alleati furono la spinta nel 1947, sotto l'egida dell'ONU, alla istituzione del "Territorio libero di Trieste" (TLT). Per l'impossibilità di nominare un Governatore scelto in accordo tra angloamericani e sovietici, il TLT rimase diviso in due zone d'occupazione militare: la Zona A amministrata dagli Angloamericani e la Zona B amministrata dagli jugoslavi.
Tale situazione si protrasse fino al 1954 quando il problema venne risolto confermando la spartizione del territorio libero di Trieste secondo le due zone già assegnate: anzi, furono incorporati alla Jugoslavia alcuni villaggi della zona A (Albaro Vescovà, San Servolo, Crevatini, Elleri, Plavie, Ancarano e Valle Oltra) appartenenti al comune di Muggia, che vide in tal modo dimezzato il proprio territorio. La frontiera fra la zona assegnata all'amministrazione italiana e quella occupata dalla Jugoslavia venne così a passare sui rilievi che sovrastavano la periferia meridionale della cittadina istriana.
Tale situazione provvisoria fu resa definitiva nel 1975, col Trattato di Osimo stipulato tra l'Italia e la Jugoslavia, nel quale si dichiarava il definitivo ritorno della città all'Italia. Nel 1962 Trieste divenne capoluogo della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia.
Nel 2004, assieme ad altri Paesi, la Slovenia entra a far parte dell'Unione Europea e solo 3 anni più tardi la vicina Repubblica aderisce ai trattati di Schengen, facendo perdere quindi a Trieste la sua decennale posizione di città di confine.


 

Geografia
La città è situata nell'estremo nord-est italiano, vicino al confine con la Slovenia, nella parte più settentrionale dell'Alto Adriatico e si affaccia sull'omonimo golfo. Il territorio cittadino è occupato prevalentemente da un pendio collinare che diventa montagna anche nelle zone limitrofe all'abitato; si trova ai piedi di un'imponente scarpata che dall'altopiano del Carso scende bruscamente verso il mare. Il monte Carso, a ridosso della città, raggiunge la quota di 458 metri sul livello del mare. Il comune di Trieste è diviso in varie zone climatiche a seconda della distanza dal mare o dell'altitudine. Al di sotto delle arterie stradali cittadine scorrono corsi d'acqua che provengono dall'altopiano. Liberi un tempo di scorrere all'aperto, da quando la città si è sviluppata, a partire dalla seconda metà del 1700, vennero incanalati in apposite condutture ed ancora oggi percorrono i sotterranei delle odierne via Carducci (precedentemente via del Torrente, appunto), via Battisti (ex Corsia Stadion), viale venti Settembre (ex viale dell'Acquedotto), via delle Sette fontane o piazza tra i Rivi. A sud della città scorre il Rio Ospo che segna il confine geografico con l'Istria. Inoltre l'attuale zona cittadina compresa tra la stazione ferroviaria, il mare, "via Carducci" e Piazza della Borsa, il Borgo Teresiano, venne edificata nel XVIII secolo dopo l'interramento delle precedenti saline per ordine dell'Imperatrice Maria Teresa d'Austria.


 

Monumenti e luoghi d'interesse

 


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Glossario scale

Di seguito una guida alla comprensione dei termini tecnici più usati quando parliamo di scale. Questa guida può tornare utile anche nel nostro rapporto con voi clienti e comprende anche alcuni consigli per avere una scala comoda.

La guida è concepita in modo da essere letta in sequenza (ma non è necessario) e per aiutarci abbiamo voluto usare direttamente un paio di esempi che fanno riferimento a vere realizzazioni. Ogni scala è accompagnata dal disegno tecnico in CAD adattato per questo scopo.

Indice dei termini:

Rampante Gradini sfalsati Altezze Foro soletta
Alzata Gradino di invito Struttura portante Vano scala
Pedata Pianerottolo Ringhiera Tromba della scala
Sormonto Piè d'oca Larghezze Sottoscala

 

Esempio n° 1 

La scala qui sotto è del tipo a giorno (per esterni, con alcuni accorgimenti specifici richiesti dal committente, come descritto qui) con struttura portante a monotrave centrale (un tubo di ferro a sezione quadrata 120 x 120 mm). Le fotografie sono state scattate nel cantiere ancora aperto ai lavori.

Cliccate per ingrandire le immagini: 


Esempio n° 2

La scala seguente è del tipo a giorno a gradini sfalsati a monofascia laterale in Acciaio INOX (per altre fotografie della stessa scala clicca qui).

Cliccate per ingrandire le immagini: 

 

Partendo dal primo esempio abbiamo dunque che:

 

Rampante:

Per rampante (o rampa di scala o rampa di gradini) intendiamo un blocco di scala costituito da una successione ininterrotta di gradini. La 'successione' si considera interrotta, quando ad esempio siamo in presenza di una svolta e abbiamo quindi un rampante fino alla svolta e uno dopo la svolta. Per esempio un rampante può essere quello compreso tra due pianerottoli. 

Per sfruttare direttamente i due esempi: nel primo la scala si considera a tre rampanti (il terzo rampante, di sbarco, è molto breve); mentre la scala del secondo esempio è a rampa diritta, unica, quindi si può anche dire che è una scala formata da un unico rampante. 

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Alzata:              

L'alzata, come si vede nel disegno del primo esempio, è la misura presa in altezza tra un gradino e l'altro. Un'alzata, per risultare comoda, deve misurare tra i 17 e i 19 cm circa. Si può anche arrivare fino ai 22-23 cm (per scale che si considerano già ripide) ma in linea generale si deve considerare che più la misura cresce più diventa importante considerare anche la lunghezza di un rampante: alzate molto spinte possono essere accettabili su rampanti brevi, come nel secondo esempio, mentre più è lungo il rampante, più l'alzata (se molto alta) contribuisce a rendere la salita faticosa e di conseguenza meno sicura.

Alzate basse, diciamo dai 17 cm circa in giù, non presentano difficoltà nella salita (anzi agevolano chi ha difficoltà motorie) ma a qualcuno possono non piacere (perchè si alzano i piedi meno di quello che uno vorrebbe o che è abituato a fare). Ma in particolare un'alzata bassa implica un maggior numero di gradini per coprire la stessa altezza; mettere più gradini vuol dire che si deve avere più spazio a disposizione, ed ecco allora che una scala con le alzate basse è più spesso una scala di una certa importanza oppure indicata per luoghi aperti al pubblico.

Entrambi gli esempi poi (anche se nel primo esiste un supporto in metallo per il gradino) rappresentano delle scale che si definiscono ad alzata aperta, questo perchè lo spazio in altezza tra due gradini è sostanzialmente libero alla vista frontale, un esempio di alzata chiusa lo si può vedere qui dove chiaramente fino ad una certa altezza (dal pavimento) le alzate sono chiuse per poi diventare aperte nel tratto finale del rampante. Un bel esempio di scala completamente ad alzate chiuse è questa.

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Pedata:

Anche se talvolta il termine 'pedata' viene usato come sinonimo di gradino, per noi la pedata è la zona utile e calpestabile (dove mettiamo i piedi) dello stesso. Nel primo esempio, potremmo anche parlare (un poco impropriamente) di pedata in gomma mentre il gradino è in ferro (costruito a "vaschetta", per contenere la gomma). In realtà il gradino è tutto l'insieme: la parte in gomma più il ferro ripiegato a vaschetta.

Se intendiamo la pedata come la zona utile e calpestabile del gradino allora possiamo definire la dimensione della pedata come la profondità, vista in pianta, di un gradino prima di incontrare il successivo (esattamente come è indicato nel disegno del primo esempio). 

Una scala comoda per una abitazione solitamente ha pedate che misurano tra i 24 e i 28 cm, misure come 23 cm o meno sono ancora accessibili, ma più difficoltose da approcciare. Misure superiori vanno bene per scale nei luoghi aperti al pubblico. Ma è si deve tener conto che pedate troppo grandi possono risultare "problematiche" perchè rischiano di impacciare i movimenti se superano (o arrivano al limite) del passo medio di una persona.

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Sormonto: 

In diretto collegamento con la pedata abbiamo il sormonto, che è la parte tra due gradini che sormonta (che si sovrappone). Detta in altro modo, se guardiamo frontalmente un gradino (come quando saliamo la scala) si considera come sormonto quella parte (e solo quella) che finisce sotto il gradino successivo.

Quando l'alzata è aperta (o libera) si ha di solito il massimo sormonto, mentre con le alzate chiuse, lo spessore longitudinale stesso dell'alzatina (il particolare messo a chiudere l'alzata) riduce il sormonto. Il sormonto può anche essere di zero centimetri, come in caso di scale o rivestimenti particolari (di solito per pura scelta di design) ma il fatto che il piede non abbia davanti a sé un certo margine (rispetto alla pedata utile) potrebbe rendere un attimo incerta la salita. E questo vale maggiormente quando la pedata è piuttosto corta; in questo caso l'avere un sormonto, anche se poi non ci finisce davvero il piede, permette di sentirsi più liberi nella salita.

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Gradini sfalsati (o pedate sfalsate):

Nel secondo esempio è ritratta una scala a gradini sfalsati che talvolta vengono chiamate anche scale "alla marinara" (poichè sono soluzioni adottate anche in ambito nautico). Dal dizionario sfalsare significa: "collocare più oggetti in modo che non siano allineati" che in effetti è quello che succede. Partendo dal principio che si salgono le scale a piedi alternati, qualcuno ha avuto l'idea di "sfalsare" i gradini in modo che la metà destra o sinistra (vista frontalmente) di un gradino, soppravanzi fino a circa metà pedata del gradino che lo precede, questo in modo alternato (il disegno in pianta del secondo esempio aiuta a chiarire meglio la cosa).

Quello che si ottiene è che si riesce quasi a ridurre della metà l'occupazione in pianta di una scala. Naturalmente, si ottengono delle scale ripide (molto inclinate in salita) ma che permettono di salire anche ad altezze normali in condizioni di effettiva carenza di spazio.

Mentre la salita risulta abbastanza naturale, a parte un attimo di incertezza di fronte alla scelta del piede giusto, più attenzione deve essere posta nella discesa; spesso l'alzata non proprio bassa è quello che ci rende più insicuri. Ma vi possiamo assicurare che la scala mostrata come esempio è assolutamente utilizzabile con tranquillità, inoltre essendo "compatta" (corta) si ottengono notevoli rigidità e stabilità.

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Gradino di invito:

Spesso il gradino di ingresso alla scala (il primo gradino della stessa) ha dimensioni leggermente maggiori di quelli subito successivi, ma lo chiamiamo di invito quando oltre ad essere più grande è anche sagomato per agevolare e indirizzare ("invitare") direttamente verso la scala. Di solito è una soluzione che si adotta con scale più ampie e o importanti e quando non ci sono limiti di spazio alla partenza della scala.

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Pianerottolo: 

E' semplicemente un gradino più grande, di solito di forma quadrata o rettangolare, usato tipicamente in corrispondenza di una svolta della scala. Quando è inserito per interrompere un rampante di una scala (più spesso in luoghi pubblici, vedi ad esempio questa nostra scala elicoidale per centro congressi) viene definito anche come pianerottolo intermedio di riposo. La cui funzione è quella di permettere una breve sosta per riposarsi o per far passare un'altra persona con maggiore comodità e sicurezza. 

Nel caso di una svolta sarebbe sempre da preferire un pianerottolo all'uso dei piedi d'oca, perchè è maggiormente agevole; ma nel caso delle normali abitazioni, con vani scala limitati, l'uso di un  pianerottolo è spesso impraticabile.

Con il termine pianerottolo può anche essere chiamata un'appendice del pavimento che si prolunga nel vuoto (per esempio sul foro di passaggio di una scala sottostante). Vi si può ad esempio appoggiare la partenza della scala o, viceversa, se è posto all'arrivo è dove poi possiamo sbarcare. Se poi prendiamo ad esempio le scale a chiocciola, l'ultimo gradino è normalmente chiamato pianerottolo di sbarco.

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Piè d'oca (gradino a piede d'oca e gradino a ventaglio):

Il nome piè d'oca lascia subito intuire la derivazione, basta solo immaginarsi i "piedi" (le zampe) di un oca; noi usiamo di solito la forma estesa: piede d'oca. In sostanza sono chiamati così i gradini angolari di una scala, che sono quelli che ci permettono di svoltare (vedi anche alla voce pianerottolo). Se guardiamo il primo esempio, il secondo e terzo gradino (alla partenza) sono appunto dei piedi d'oca (ma in questo caso, essendo solo due gradini angolari, noi li chiamiamo anche metà pianerottolo). Nel caso delle scale a chiocciola a pianta quadra tutti i gradini sono di fatto dei piedi d'oca, ma nel caso delle scale a chiocciola a pianta tonda è più esatto chiamarli gradini a ventaglio (la forma immaginata è sempre all'orgine del termine).

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Altezze (varie):

Nel primo esempio abbiamo chiamato (per comodità) H1 la misura più importante, che è quella che và dal pavimento di partenza al pavimento di arrivo e che deve comprendere lo spessore della pavimentazione finita (che sia di ceramica, parquet ecc). Con H2 abbiamo indicato la misura presa dal pavimento di partenza al sofitto.

Quest'ultima misura è necessaria in almeno due casi: il primo caso si ha quando il foro soletta non è (e non può essere) grande quanto le dimensioni in pianta dell'intera scala, e quindi si deve verificare che una persona, salendo, non rischi di toccare il sofitto con la testa. Il secondo caso si ha quando si voglia fare la scala più larga nel tratto precedente all'attraversamento della soletta e dunque, si deve stabilire fino a che altezza la scala può essere più larga e che altezza massima avrà la ringhiera in quella zona (quella che rimane tra la scala allargata e il soffitto).

L'ultima misura utile è quella dello spessore della soletta (sempre compreso lo spessore della pavimentazione) che serve anche per determinare gli ancoraggi (della scala) all'arrivo.

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Struttura portante:

Le nostre scale si possono definire autoportanti e quello che le rende tali sono quegli elementi che hanno la funzione di sostenere l'intera scala e che possono essere di diverse tipologie:

Nel primo esempio la struttura portante è costituita dal monotrave centrale, che è l'elemento che sorregge l'intero peso della scala e che viene poi ancorata ai muri perimetrali. Ma anche i supporti dei gradini in ferro (a cui sono poi appoggiati e fissati i gradini veri e propri) sono appendici e parte di questa stessa struttura portante.

Nel secondo esempio la struttura portante principale è data dalla monofascia laterale in Acciaio INOX, ma a portare il tutto sono anche i distanziatori in acciaio inox posti tra i gradini. In questo caso anche la ringhiera stessa contribuisce irrigidendo il tutto.

Nel caso di una scala a chiocciola la struttura portante è costituita da un palo centrale in tubo di ferro, che attraversa l'intera scala in verticale, e in cui vengono "infilati" quelli che noi chiamiamo i bussolotti distanziatori (che possono essere in metallo o legno) alternati ad un gradino a piede d'oca. Questi bussolotti sono quelli che fermano e sostengono i gradini con l'aiuto fondamentale del palo centrale (che quindi rimane nascosto).

E se per esempio abbiamo una scala costituita da un unica lamiera metallica (di adeguato spessore) piegata e saldata in modo da ricavarvi la forma dei gradini, la scala stessa è praticamente un'unica struttura portante

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Ringhiera:

La ringhiera è quell'elemento della scala che ha la funzione di proteggere le persone da cadute accidentali. Una ringhiera viene posta sui lati della scala esposti al vuoto (quando si parla di scale per interni, è di solito il solo lato che guarda verso la stanza) e con la stessa funzione viene posta anche all'arrivo, quando il foro soletta è sprotetto. Oppure può essere installata sopra un soppalco ecc. In entrambi gli esempi (sopra proposti) la ringhiera è del tipo a correntini (un tondino in acciaio inox di circa 8-10 mm di diametro, che segue l'inclinazione della scala) con dei piantini verticali distanziati tra loro e messi a reggere sia i correntini che il corrimano (chiamato talvolta passamano).

Sebbene questo tipo di ringhiere (a correntini) siano molto usate negli ultimi anni, le ringhiere possono essere le più varie, come si può vedere anche qui.

Se guardiamo ad esempio questa galleria dove sono fotografate ringhiere di diversi anni fà, la ringhiera viene detta a colonnette verticali (che stanno tra un corrimano superiore e un sottocorrimano inferiore) e quegli elementi verticali più grossi, che iniziano e terminano la ringhiera, sono detti caposcala.

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Larghezza della scala (e larghezza utile):

Se guardiamo frontalmente, come per salirci, il rampante principale, avremo che l'occupazione reale  della scala coincide con la larghezza massima presa da un lato esterno all'altro. Questa misura deve comprendere anche l'occupazione della ringhiera (specie nel caso sia fissata all'esterno) e comunque arriva spesso fino al lato esterno o dei piantini o del corrimano, perchè di solito sono quegli elementi della ringhiera (e quindi della scala stessa) che sporgono di più.

In fase progettuale, questa larghezza massima, viene limitata sia dalla dimensione del foro soletta preesistente che dal fatto che intorno alla scala c'è normalmente bisogno di un pò di aria (spazio) sui lati a muro, e specialmente intorno al corrimano quando questo attraversa la soletta (per permettere di far passare le dita della mano). Se il foro però non è ancora presente e si vuole una determinata larghezza utile (vedi sotto) allora potreste valutare di consultarci al riguardo (fatto salvo che per forare una soletta c'è poi sempre bisogno di un tecnico).

Per 'larghezza utile' noi intendiamo la larghezza reale di passaggio della scala, che di norma corrisponde alla larghezza del gradino meno l'occupazione della ringhiera. Occupazione che varia a seconda della soluzione adottata. Nel primo esempio la ringhiera è fissata ai bordi esterni dei gradini ma il corrimano rimane interno alla scala, quindi la larghezza utile è la larghezza del gradino meno i pochi centimetri occupati dal corrimano e della relativa mensolina di fissaggio.

Considerato poi che di fatto una persona può tranquillamente passare anche in meno di 60 cm, abbiamo che di norma una scala larga sui 80-90 cm è una scala giusta e che permette di lasciar passare agevolmente anche una seconda persona, mentre una scala che supera i 100-120 cm è già una scala che si può definire importante.

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Foro soletta (o foro di passaggio della scala):

E' il vuoto che viene creato nella soletta di arrivo per permettere il passaggio della scala. Lo spazio che viene aperto deve tener conto sia del fatto che salendo la scala una persona deve poter passare senza andare a toccare il soffitto con la testa (vedi anche qui) che della larghezza desiderata e consigliabile per un certo tipo di scala. A tal riguardo consigliamo di chiedere un parere anche a noi.

Possibili restrizioni alla dimensione del passaggio possono venire dalla struttura portante della soletta (travature) che possono limitarne l'apertura. Se la scala viene richiesta a seguito di una ristrutturazione (o modifica dell'abitato) dovrete avvalervi della consulenza di un tecnico (geometra, ingegnere e di una impresa edile) che sappia dirvi dove è possibile forare e per che dimensioni.

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Vano scala: 

E' tutto lo spazio dove alloggia (o alloggerà) la scala comprensivo delle pareti che lo delimitano. Le dimensioni e la forma del vano, insieme a quelle del foro soletta, determinano di conseguenza la forma e la dimensione della scala.

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Tromba della scala:

Se per esempio immaginiamo una scala con pianta base ad "U" con due rampe parallele (e naturalmente in direzioni opposte) la tromba della scala è lo spazio vuoto che rimane tra le due rampe. Più semplicemente, se prendiamo il caso di una scala elicoidale, la tromba della scala è il vuoto centrale.

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Sottoscala:

Il nome lascia subito intuire che si tratta dello spazio, solitamente vuoto, che si trova al di sotto di una scala. Questo spazio può essere sfruttabile per metterci del mobilio oppure vi si potrebbe realizzare un ripostiglio come nell'esempio di questa scala già vista in precedenza.

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Il nostro modo di mangiare influenza la nostra salute,

in un senso sia negativo che positivo.

Se siamo tutti d'accordo su questo punto, rimangono due domande:

In quale modo un'alimentazione concepita nel modo sbagliato provoca certe malattie? Qual è la dietetica ideale?

L'autore propone una risposta a queste due interrogazioni, appoggiandosi sulle più recenti scoperte fatte nei vari campi della medicina e della biologia. Dimostra come l'alimentazione moderna esercita i suoi effetti negativi, insieme ad altri fattori genetici ed ambientali. Le varie tappe che portano dallo stato normale allo stato patologico compaiono chiaramente.

Alla sorgente di disturbi molto vari come la poliartrite reumatoide, il diabete mellito della maturità, il cancro della mammella o l'asma, si riscontra l'alimentazione moderna, responsabile del passaggio in circolo di macromolecole batteriche ed alimentari nocive.

Il ritorno ad una nutrizione di tipo ancestrale, l'unica che conviene all'uomo, permette di ottenere dei successi sia chiari che frequenti in una grande quantità di malattie, solitamente considerate misteriose, e poco o non curabili.

In questa quinta edizione - prima versione completa in Italiano, la frequente azione positiva del cambiamento nutrizionale è dimostrata per 91 malattie.

I risultati spesso straordinari della dieta diventano evidenti, sia dal punto di vista preventivo (aterosclerosi, cancro, ecc...) che dal punto di vista terapeutico (sclerosi a placche, depressione nervosa, morbo di Crohn, asma ecc...).

La nozione classica di una dietetica quantitativa, basata sul numero di calorie e l'equilibrio fra glicidi, lipidi e protidi, viene scambiata con un concetto nuovo, quello di una dietetica qualitativa, fondata sulla struttura delle molecole. Bisogna scartare quelle che l'organismo non è in grado di metabolizzare e tenere quelle che sono accessibili all'azione dei nostri enzimi.

Questo atteggiamento di buon senso, che venga associato o no alle classiche indicazioni farmacologiche, è spesso salvatore.

Speriamo che quest'opera possa convincere i lettori che l'alimentazione di ieri deve occupare un posto di prim'ordine nella medicina di domani, sia nella prevenzione che nel trattamento della maggior parte delle malattie.

Scheda Tecnica


EditoreNuova Ipsa Editore
Data pubblicazioneOttobre 2006
FormatoLibro - Pag 750 - 16,5x23,5
ISBN8876766650
EAN9788876766657
Lo trovi in#Alimentazione e Salute
MCR-NR 51995

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Autore


Jean Seignalet

Jean Seignalet, dottore in medicina, già « interne des hópitaux » di Montpellier (Francia), era « Maître de conférence » (docente) alla Facoltà di Medicina di Montpellier e medico ospedaliere. Fu per trent'anni direttore del laboratorio di istocompatibilità di Montpellier, e pioniere... Leggi di più...

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Recensioni (8) su L' Alimentazione Ovvero la Terza Medicina



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Francesco Acquisto verificato

Salve

Salve,ho iniziato a leggere il libro e mi sono fermato a pagina 130,dove l'autore riporta che il "foie gras",il grasso del fegato d'oca e d'anatra sono considerati buoni per la salute!!! Non posso crederci,una sostanza prodotta da un'infiammazione di un organo come il fegato(steatosi epatica)viene considerata salutare?Ma stiamo scherzando?Non so se proseguire con la lettura,dopo quest'affermazione chissà cosa troverò strada facendo...!!! Sic

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Emanuele
Acquisto verificato

Questo libro è molto interessante

Questo libro è molto interessante, offre diversi spunti di riflessione, naturalmente va letto nel modo corretto, non come se fosse una fede assoluta, va apprezzato nell'ottica di dire "leggo un po' di tutto, traggo le mie conclusioni e scelgo la mia via di mezzo che è sempre la scelta migliore"; nessuno possiede la verità assoluta. Il volume tratta svariati aspetti da quello più tecnico-scientifico, a quello storico, passando anche per gli aspetti più pratici, il linguaggio è abbastanza comprensibile, su alcune parti avrei preferito ci fosse stata una maggiore dimostrazione effettiva di quello che l'autore dice e afferma e quindi in un certo senso bisogna un po' troppo "fidarsi". Una nota dolente che mi ha lasciato abbastanza perplesso è stata la traduzione, molto approssimativa, non so se il problema sia da imputarsi al traduttore o a chi ha fatto la revisione, di fatto nelle 714 pagine del volume si trovano minimo 1 o 2 errori per pagina e su un volume che costa 40 euro non è proprio una cosa positiva.

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Francesco
Acquisto verificato

Salve

Salve,ho iniziato a leggere il libro e mi sono fermato a pagina 130,dove l'autore riporta che il "foie gras",il grasso del fegato d'oca e d'anatra sono considerati buoni per la salute!!! Non posso crederci,una sostanza prodotta da un'infiammazione di un organo come il fegato(steatosi epatica)viene considerata salutare?Ma stiamo scherzando?Non so se proseguire con la lettura,dopo quest'affermazione chissà cosa troverò strada facendo...!!! Sic

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Florio
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rivoluzionario

rivoluzionario, attuale, efficace

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Diana
Acquisto verificato

Sono contentissima di aver acquistato e...

Sono contentissima di aver acquistato e soprattutto letto questo libro. Ho scoperto tantissime cose che nemmeno immaginavo. L'autore è medico e biologo e guarda le cose dal punto di vista globale. Fa ripensare a come viveva l'essere umano prima della civilizzazione, a come la natura ha programmato il modo di alimentarsi per noi. Non esclude la medicina moderna ma fa capire che alimentazione è un importantissimo componente di quest'ultima. Punta sugli errori del essere umano e come questi hanno modificato il mondo. Collega lo stile di vita e l'alimentazione moderna con tantissime malattie, che ancora 50 - 60 anni fa si consideravano rare, e giorno d'oggi si riscontrano sempre più spesso. Consilio questo libro a tutti quelli che vorrebbero avere la vita un po più naturale. E soprattutto a quelli che vorrebbero sapere, cosa succede nel nostro organismo se seguiamo l'alimentazione moderna.

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FILIPPO
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Un libro che ci avvicina alla...

Un libro che ci avvicina alla natura e al consumo di prodotti naturali come strumento e rimedio medicale. E' d'altronde indubbio che la storia della medicina ha visto nei suoi primordi l'uso dei prodotti naturali nonché ,in particolare, dell'alimentazione come rimedio di cura di tutte le patologie umane. Tornare ad utilizzare antiche pratiche curative è un modo di tutelare la propria salute, curandosi senza la necessità di ricorrere alla corrente farmacopea e alle sue degenerazioni commerciali.

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Valeria
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Testo dedicato sia ai medici che...

Testo dedicato sia ai medici che a chiunque sia interessato all'argomento alimentazione. Il bello di questo testo è l'attendibilità delle tesi di Seignalet. Decisamente un testo scientifico, non è un libro ideologico su un'alimentazione ideale come linea di pensiero. Le spiegazioni scientifiche, l'elenco dei casi clinici, la descrizione di successi, ma anche di fallimenti della sua dieta rendono questo testo davvero obiettivo e fanno sì che il lettore prenda consapevolezza dell'importanza dell'alimentazione.

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ALESSANDRA
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Ho speso quasi 50 euro per...

Ho speso quasi 50 euro per questo libro a cui ambivo molto perchè ricco di utilissime nozioni sull'alimentazione! Un libro che apre la mente a nuove visioni sul modo di alimentarsi e soprattutto ad evitare di ammalarsi! Consigliatissimo!

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Patrizia

Trattasi di un libro stupendo che...

Trattasi di un libro stupendo che spiega come ci ammaliamo con ciò che mangiamo e che cosa non facevano i nostri antenati. L'autore ritiene che l’ “ignoranza” della medicina sulla patogenesi di numerose malattie derivi dalla specializzazione sempre più ristretta dei medici, resasi necessaria dalla complessità sempre più crescente della medicina; e secondo l'autore, è proprio questa visione parziale che impedisce ai medici di raggiungere una concezione globale del problema. Altra cosa che ho notato di questo libro di ben 714 pagine, è che vi sono ben 44 pagine di bibliografia ampiamente dettagliata. Inoltre, quando possibile viene utilizzato un linguaggio “comune” al posto del gergo medico, in modo da dare la possibilità al grande pubblico di capire il tutto senza troppe parole di difficile interpretazione. Dovrebbe essere sullo scaffale di ogni biblioteca e non solo!!!

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, deve misurare tra i 17 e i 19 cm circa. Si può anche arrivare fino ai 22-23 cm (per scale che si considerano già ripide) ma in linea generale si deve consideraxMpA`Ma importante considerare anche la lunghezza di un rampante: alzate molto spinte possono essere accettabili su rampanti brevi, come nel secondo esempio, mentre più è lungo il rampante, più l'alzata (se molto alta) contribuisce a rendere la salita faticosa e di conseguenza meno sicura.

Alzate basse, diciamo dai 17 cm circa in giù, non presentano difficoltà nella salita (anzi agevolano chi ha difficoltà motorie) ma a qualcuno possono non piacere (perchè si alzano i piedi meno di quello che uno vorrebbe o che è abituato a fare). Ma in particolare un'alzata bassa implica un maggior numero di gradini per coprire la stessa altezza; mettere più gradini vuol dire che si deve avere più spazio a disposizione, ed ecco allora che una scala con le alzate basse è più spesso una scala di una certa importanza oppure indicata per luoghi aperti al pubblico.

Entrambi gli esempi poi (anche se nel primo esiste un supporto in metallo per il gradino) rappresentano delle scale che si definiscono ad alzata aperta, questo perchè lo spazio in altezza tra due gradini è sostanzialmente libero alla vista frontale, un esempio di alzata chiusa lo si può vedere qui dove chiaramente fino ad una certa altezza (dal pavimento) le alzate sono chiuse per poi diventare aperte nel tratto finale del rampante. Un bel esempio di scala completamente ad alzate chiusPTiMxM

 

Pedata:

Anche se talvolta il termine 'pedata' viene usato come sinonimo di gradino, per noi la pedata è la zona utile e calpestabile (dove mettiamo i piedi) dello stesso. Nel primo esempio, potremmo anche parlare (un poco impropriamente) di pedata in gomma mentre il gradino è in ferro (costruito a "vaschetta", per contenere la gomma). In realtà il gradino è tutto l'insieme: la parte in gomma più il ferro rip