SANTUARIO VIRTUALE DI PREGHIERA a S.GEMMA GALGANI giacche di cane canada

SANTUARIO VIRTUALE DI PREGHIERA a S.GEMMA GALGANI

"fioritela di gigli...." U. Foscolo

"fioritela di gigli...." U. Foscolo Per la nostra venerata Gemma che fu e che è GIGLIO PURISSIMO

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San Pio grande devoto di Gemma stigmatizzato e giovanissimo

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LA MANTELLINA DI GEMMA : L'UMILTA' DELLA PIU' GRANDE SANTA DEL XX SECOLO

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SANTA GEMMA ORMAI SEGNATA DALLA MALATTIA CON LA PICCOLA ELENA GIANNINI

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CAMICIA DELLA SANTA MACCHIATA DI SANGUE

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DIARIO DI GEMMA RUBATOLE DAL DEMONIO E RIOTTENUTO DOPO VARI ESORCISMI ANNERITO DA BRUCIATURE

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GEMMA IN PREGHIERA

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s. GEMMA IN ESTASI FOTO ORIGINALE

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PADRE GERMANO RUOPPOLO

PADRE GERMANO RUOPPOLO PADRE SPIRITUALE DI GEMMA

SANTA GEMMA RICEVE LE STIGMATE

SANTA GEMMA RICEVE LE STIGMATE

Santa gemma

La figlia della passione

LIBRI SU S. GEMMA GALGANI

lunedì 21 novembre 2011

OMAGGIO A SANTA GEMMA

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lunedì 22 agosto 2011

CORAZON DE SANTA GEMA GALGANI

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domenica 7 agosto 2011

LUCCA: SANTA GEMMA GALGANI

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St Gemma Galgani

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S.GEMMA Y SU ANGEL DE LA GUARDA

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STORIA DI S. GEMMA

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giovedì 23 giugno 2011

SAN GABRIELE E SANTA GEMMA





Volato al cielo all’età di soli 24 anni (1862), e appena 16 anni prima della nascita di Gemma (1878), S. Gabriele dell’Addolorata (dichiarato Santo nel 1920) non era ancora neppure Beato, ma soltanto Venerabile, quando la giovane lucchese l’andava chiamando Confratel Gabriele.

Avendone letta la vita, Gemma rimase letteralmente folgorata dalle virtù del giovane Passionista, tanto che, pur avendola più volte letta e meditata, le prime volte le riuscì di mentire dicendo che non aveva ancora finito di leggere, ma infine fu costretta a restituire il libro a chi glielo aveva solo prestato. E furono lacrime!

O bugie e lacrime sante! Se oggi si fingesse e si piangesse per simili cose, avremmo un mondo più santo e più pacifico!

E’ vero che S. Gabriele le appariva, la confortava e la guidava in un cammino mistico unico e irripetibile; ma è anche vero, e ciò conta ancora di più, che Gemma lo aveva scelto a suo protettore, contro le tentazioni diaboliche e a modello di vita già lo stesso giorno in cui aveva iniziato a leggere il libro della sua vita, quando ancora le esperienze mistiche con lui non erano cominciate. Gemma si era procurata un’immagine del Santo e la sera non riusciva a prender sonno se prima non l’avesse posta sotto il guanciale .

San Gabriele dell’Addolorata , ebbe un ruolo molto importante nella vita di Santa Gemma. Per lui la santa di Lucca aveva una devozione straordinaria ( al tempo di Gemma San Gabriele era Venerabile, non ancora Santo), al punto da considerarlo suo patrono e protettore. Gabriele apparse a Gemma molte volte, dandole consigli e parole d’incoraggiamento dal Cielo.

Per intercessione di San Gabriele, Gemma guarì da una grave malattia che l’affliggeva, ed in una delle sue apparizioni, egli pose la stemma passionista sul fianco della Santa di Lucca dicendole profeticamente: “Tu sarai passionista.”

La miracolosa guarigione di Gemma per intercessione di San Gabriele

Gemma cominciò ad ammalarsi di una curvatura alla spina dorsale. Inoltre contrasse la meningite, che la lasciò temporaneamente sorda. Dei grossi ascessi le si formaronno in testa, le caddero i capelli, e infine le membra divennero paralizzate. Il medico curante tentò molti rimedi nessuno dei quali ebbe successo. Gemma peggiorava.

Gemma cominciò una devozione al Venerabile Gabriele Possenti dell’Addolorata (ora San Gabriele). Sul suo letto di malata lesse la storia della sua vita. Più tardi scrisse del Venerabile Gabriele:

“Da quel giorno che il mio nuovo protettore Venerabile Gabriele mi aveva salvata l’anima, cominciai ad averne divozione particolare: la sera non trovavo il sonno, se non avevo l’immagine Sua sotto al guanciale, e cominciai fino d’allora a vedermelo vicino (qui non so spiegarmi: sentivo la sua presenza). In ogni atto, in ogni azione cattiva che avessi fatta, mi tornava alla mente Confratel Gabriele, e mi astenevo” (Autobiografia, p.245).

Gemma, che ora aveva vent’anni, sembrava in punto di morte. Fu suggerita una novena come l’unica via di salvezza. A mezzanotte del 23 febbraio 1899, Gemma udì il rumore di un rosario e si accorse che il Venerabile Gabriele le stava davanti. Le parlò così:

“Vuoi guarire? . . . prega con fede il Cuore di Gesù; ogni sera, fino che non sarà terminata la Novena, io verrò qui da te, e pregheremo insieme il Cuor di Gesù” (Autobiografia, p.248).

Il primo giorno di marzo la novena finì. La grazia fu accordata: Gemma era guarita. Quando si alzò, coloro che le stavano intorno piangevano di gioia. Sì, era stato compiuto un miracolo!

I mistici colloqui di Gemma con San Gabriele (tratti dal Diario di S.Gemma)

23 Luglio

La mia mente allora volò subito a confratel Gabriele. Lo dimandai, ma non mi dette nessuna risposta; mi fece stare un po’ di tempo così sossopra e piena di curiosità. Infine mi dis­se: « Ma se Gesù manda davvero confratel Gabriele a bene­dirti, tu che farai? Non parlargli, se no disobbedisci al con­fessore ». + « No, non parlo », risposi impaziente; « ma come può benedirmi confratel Gabriele? ». « Ma è Gesù che lo manda; eppure lo ha mandato altre volte Gesù per benedir­ti. Ma ti riuscirà stare zitta e obbedire? ». « Sì sì, obbedirò; fallo venire ».

Dopo qualche minuto venne. Che smania mi prese allo­ra! Avrei voluto… ma fui buona, mi trattenni. Mi benedì con certe parole latine, che mi sono rimaste bene in mente, e do­po subito si avviò per andare via.

O allora non potei fare a meno di dire: « Confratel Ga­briele, prega la nostra Mamma che sabato ti porti da me, e ti ci faccia stare tanto ». Si voltò e mi disse ridendo: « Tu sia buona », e nel dire così si tolse dalla vita una cintola nera e mi disse: « La vuoi? ». Allora sì che la volevo davvero: « Mi fa tanto bene quella lì; dammela ora». Mi fece cenno di no, che me l’avrebbe data sabato, e mi lasciò. Mi disse che quella cintola era quella che la notte avanti mi aveva liberata dal diavolo.

7 Agosto

Ieri il giorno l’angelo custode mi promise che alla sera avrei potuto parlare con confratel Gabriele. Venne la tanto sospirata sera; prima di tutto il sonno voleva vincermi, poi un’agitazione tale mi prese, che fui presa da spavento. Ma siccome Gesù era vicino a darmi quella consolazione, e allo­ra, o prima o dopo la consolazione, mi dà qualche dolore. Sia sempre benedetto +.

Però nel provare questa agitazione non vedevo nessuno, voglio dire il diavolo; solo stavo assai male, ma durò poco. Mi calmai ben presto, sentii ad un tratto che mi veniva il rac­coglimento, e quasi subito mi successe al solito: il capo se ne partì, ed io mi trovai con confratel Gabriele. Che consola­zione fu quella! Ma l’obbedienza voleva che non mi avvici­nassi per baciargli la veste, e ristetti. La prima cosa fu quella di domandargli perché stava tanto senza venire. Mi rispose che è per colpa mia. Di questo ne sono persuasa, perché so­no assai cattiva.

Quante belle cose mi disse del convento, e le diceva con tanta forza, che mi sembrò che gli occhi gli sfavillassero. Da se stesso, senza che io l’interrogassi: «Figlia, tra pochi mesi, tra l’esultanza di quasi tutti i cattolici si farà la fonda­zione del nuovo convento ». « Come, tra pochi mesi? », gli dissi. «Ne mancano ancora tredici». «E son pochi», sog­giungeva. E poi sorridendo si voltò da una parte e s’inginoc­chiò, giunse le mani e diceva così: «Vergine benedetta, vedi: qui in terra si gareggia per la propagazione del nuovo istitu­to; via, te ne prego, fa’ che sovrabbondi sopra tutti quelli che ne faranno parte la copia dei doni e favori celesti. Accresci a loro la forza, accresci altresì lo zelo. Sarà tutto vostro dono, o Vergine benedetta ».

Parlava come se avesse presso di sé la M. [Madonna] dei Dolori; io non vedevo nulla, ma con quanta forza, con quan­ta espressione diceva queste parole, che io ne rimasi meravi­gliata; sembrava anche lui fuori di se stesso.

Ora poi dovrei parlare di padre Germano, ma il confes­sore ha detto che qui sopra no, perché…

Parlai anche del povero mio peccatore; sorrise anche lui: tutto buon segno. Infine mi lasciò piena di consolazione.


29 Agosto

Scrive una lettera a san Gabriele dell’Addolorata e la raccomanda al­l’angelo custode.

+ Ora poi oggi faccio una cosa: voglio scrivere a confra­tel Gabriele un biglietto; dopo lo consegno all’angelo custo­de, e ne aspetterò la risposta. E questa cosa si fa senza che

Gesù lo sappia; lui pure mi ha detto che a Gesù non si dirà nulla.

E l’ho fatto: ho scritto una lettera assai lunga, ho parlato di tutte le mie cose senza tralasciarne alcuna; poi ho avvisato l’angelo custode che era in punto, e se la voleva… L’ho po­sta stasera, mercoledì, sotto il guanciale, e stamani, quando mi sono alzata, non ho pensato a guardarci, perché avevo di meglio in mente: andavo da Gesù.

30 Agosto

Presa la lettera, l’angelo le dice che sabato prossimo avrà la risposta. Dolore dei peccati e corona di spine. Per obbedire, «manda via» Gesù.

Subito tornata, ho guardato e, curiosa!, la lettera non ci era più. Dico curiosa, perché lo sento dire da altri che è una cosa strana; a me non mi sembra però. L’angelo custode poi mi ha dimandato se ci occorresse risposta. Io ho riso. « E al­tro », gli ho detto, « se ci occorre! ». « Ebbene », ha soggiun­to, «fino a sabato non puoi averla». Pazienza dunque fino a sabato.

Pubblicato da Francesco a 05:23 0 commenti Link a questo post

lunedì 23 maggio 2011

S.Gemma ha il sorriso enigmatico che innamora . Di più :è un Angelo protettivo per chi la prega. Semplicemente: è Gemma, la Santa di Lucca.


Beato colui a cui vieni in sogno....





Di Suor Gesualda Sardi

UNA CONFESSIONE

Io conobbi di vista Gemma Galgani; più volte mi trovai ac­canto a lei nelle lunghe attese al confessionale di monsignor Volpi, ma non m'ispirò simpatia.

Non la conobbi mai personalmente, né le parlai, perché le nostre famiglie non erano in relazione. Sapevo che era una povera figlia accolta per carità dalla famiglia Giannini, che aveva ricevuto una grazia dalla beata Margherita Maria.

Un' amica mi disse un giorno di lei: «E’un pollino freddo. Se si mette qui, sta qui; se si mette là, sta là», e ciò non ac­crebbe le mie simpatie.

Un giorno, per caso, la vidi sorridere: l'incanto di quel sor­riso mi colpì; l'ho sempre nella mente e nel cuore. Ecco tut­to ciò che di lei mi rimase, tutto ciò che allora seppi di lei.

Chi invece m'ispirava vivissima simpatia erano le due sorel­le: Annetta ed Eufemia Giannini. Incontrandoci, pur senza co­noscerci, ci facevamo dei saluti amichevoli. Per me, era una gioia quando vedevo spuntar da lontano quel gruppetto, e qual­siasi irritazione, o turbamento interno che provassi, si calmava come per incanto a quell'incontro. Lo attribuivo alla vista di quelle due dolci creature, non alla santa che era con loro. Ca­pisco ora che quella pace era lei, invece, a infonderla in me.

Dopo la morte di Gemma, mi parlarono di lei come di una santa, e la notizia mi commosse.

Poi le opinioni più varie vennero a frastornarmi; ma il tra­collo lo dette una persona che avrebbe voluto e dovuto far­mela amare. Questa, per un cumulo di circostanze, m'ispirò tanta contrarietà che mi fece provare per Gemma una vera avversione; non credevo più a nulla di ciò che si diceva di lei,

e l'avversione era tale da farmi pensare: «E come faccio, se poi la beatificano?».

Tutto, di lei, mi disturbava, e comunicavo anche ad al­tri la mia incredulità e avversione. E ciò per venticinque an­ni circa.

Da più parti mi si facevano pressioni perché ne scrivessi la vita, ma la mia risposta era invariabile: «Impossibile, come volare. Come si può scrivere di chi non si ama e a cui non si crede?».

Abituata alle estasi sublimi della mia santa madre, Maria Maddalena de' Pazzi, quelle di Gemma mi parevano scialbe e scolorite.

Ne sentivo lodare le lettere: aprivo il libro, lo richiudevo:

quel modo di scrivere non mi andava. Aprivo la vita, e mi ca­pitava qualcosa che mi dava disgusto. Insomma la mia con­trarietà per Gemma non cedeva.

Mesi or sono, stretta al muro, e, quasi o senza quasi, co­stretta a metter mano a questa biografia, mi rivolsi a Gem­ma e le dissi: «Se vuoi quest'ossequio da me, fatti amare». Co­me per incanto, la mia avversione cedette, cambiandosi in amore ardentissimo, e ciò prima ancora di leggerne la vita. Poi mi misi a leggerla, e fin dalle prime pagine la dolce ed eroica figura di Gemma ne balzò fuori bella, luminosa, san­ta. Rimasi stupita di una virtù così eroica, così costante, così sublime. Sentii pena di non avere la capacità per trattar Gem­ma quale contemplativa, con la dottrina dei mistici alla ma­no, e mi limitai a scrivere queste poche pagine, nelle quali avrei voluto mettere tutto il mio amore per riparare con esse le mie incredulità e contrarietà passate: sentite in me o co­municate agli altri.

Questo mio istantaneo mutamento di cuore mi portò a non più sopportare e neppure a comprendere i contraddittori di Gemma e a desiderare ardentemente che Dio cambiasse il lo­ro cuore come cambiò il mio, e concedesse presto la beatifi­cazione di questa santa creatura.

Questa la confessione, questa la relazione di una vera gra­zia, per comprendere la portata della quale bisognerebbe po­ter leggere nel mio cuore e averne provato i sentimenti.

CAPITOLO Il

IL PRIMO RACCONTO

A Lucca, oltre cent'anni fa, nella famiglia Galgani si ripe­teva una di quelle scene tanto comuni nei tempi di fede.

Una giovane madre, preso tra mano un crocifisso e sulle ginocchia la sua piccina, glielo additava dicendo: «Vedi, Gem­ma, questo caro Gesù è morto in croce per noi!». Poi, con la sua voce insinuante, con la soave eloquenza del cuore e del­la fede, con quel dono che ha la madre di adattarsi alla ca­pacità dei suoi piccini, le narrava la storia della passione. Le diceva come «il caro Gesù», che amava tanto gli uomini, fos­se stato battuto, schernito, vilipeso, ridotto tutto una piaga, poi crocifisso, e proprio dai suoi beneficati!

Gemma ascoltava... I suoi occhi luminosi si empivano di lacrime, portandosi dal crocifisso al volto materno, da questo al crocifisso. Posando poi con amore indicibile le labbra in­nocenti su quelle piaghe, vi stampava i primi baci di ripara­zione, promettendo d'essere buona, di non far mai soffrire Gesù, di non negargli mai nulla.

Quando la madre taceva: «Ancora, mamma, ancora; mi par­li ancora di Gesù?», ripeteva la piccola Gemma, e queste pa­role «ancora, mamma, ancora», che rivelavano la sua sete di soprannaturale, le erano sempre sul labbro sia che la madre parlasse, o che, stringendosela al cuore, la facesse pregare.

Questa frase che, da piccola, Gemma ripeteva alla mam­ma, la ripeterà poi in seguito a Gesù fino all'ultimo giorno, nella sua sete di amore e di dolore: «Che la mia vita, o Gesù, sia un continuo sacrificio, che tu accresca i miei dolori, che tu accresca le mie umiliazioni... Voglio soffrire con te. No, Gesù, non voglio morire, voglio vivere sempre, per pa­tire tanto e per amarti tanto.. .».

Gemma non era nata a Lucca, ma a Camigliano, grazioso paesello di quella provincia.

Era nata il 12 marzo 1878, e la famiglia l'aveva accolta con una festa, con una gioia non provata per la nascita dei tre maschietti che l'avevano preceduta.

Ventiquattr'ore dopo, riceveva il battesimo nella chiesa di Camigliano.

Riguardo al nome da imporle, vi fu un po' di contrasto fra la mamma e il cognato, capitano-medico. Questi voleva chiamarla Gemma, ma la madre non voleva saperne.

A risolvere la questione intervenne un ottimo sacerdote, il parroco di Gragnano: «Ma perché» disse alla signora Gal­gani, «non vuole mettere alla bambina il nome di Gemma, co­me desidera suo cognato?». L’angelica signora espresse allo­ra un dubbio ingenuo, penoso però per lei, che solo aveva l'occhio alla felicità eterna dei suoi figlioli: «Ma... in Paradi­so ci può andare lo stesso, la bambina, non essendovi alcu­na santa col nome di Gemma?». «Le gemme sono in Para­diso» rispose il sacerdote; «speriamo che questa bambina sia una Gemma di Paradiso».

I fatti dettero presto ragione allo zio.

La piccina, fin dai quattro anni, si mostrò straordinaria­mente inclinata alla pietà.

Affidata per qualche giorno alla nonna paterna, questa la teneva a dormire in un lettino accanto al suo. Ora, una volta che la buona signora voleva entrare in camera, rimase immo­bile sulla soglia e poi, piano piano, invitò il figlio a venire a vedere una gran bella cosa. Gemma, una graziosa creaturina rosea e fresca, era in ginocchio dinanzi a un'immagine del sa­cro cuore di Maria, con le manine giunte, gli occhi in alto e pareva uno di quei bei putti in adorazione che si ammirano negli affreschi e nei quadri dei nostri grandi artisti.

Lo zio, come la nonna, ristette a contemplarla con amore; poi, rompendo il silenzio: «Che fai Gemma?», domandò. «Di­co l'Ave Maria» rispose la piccola. «Vai, vai, che io prego».

Rispettando il suo desiderio di solitudine, i due si ritiraro­no: «Che peccato» disse il buon capitano. «Se avessi avuto la macchina fotografica, le avrei fatto una foto».

Quest'attrattiva per la preghiera, ispiratale da Gesù stesso e dalla mamma, andò sempre aumentando.

Ed era commoventissimo vedere inginocchiate accanto, ma­dre e figlia, fuse in una stessa preghiera; vedere strette insie­me queste due vite, una che sta per spegnersi, l'altra che sorge quale alba radiosa.

Sì, una vita che sta per spegnersi. La signora Aurelia Gal­gani, minata da una lenta tisi, dopo cinque anni, giungeva alla tomba.

«Ho pregato tanto» dice accarezzando la sua Gemma «per­ché Gesù mi desse una bimba; mi ha consolato, è vero, ma troppo tardi! Sono malata, e presto ti dovrò lasciare: appro­fitta delle lezioni della mamma». Quanta tristezza in queste parole! Quanta sollecitudine per l'anima della sua bambina! E che martirio quel lento sorseggiare la morte prossima, con la terribile prospettiva di doversi separare da sette creature ancor tanto bisognose di lei! Tale visione che le stava sempre dinanzi rendeva quella madre cristiana eloquentissima nel par­lare delle vanità di tutte le cose terrene, della deformità del­la colpa, dei pregi dell'anima, della grandezza di Dio, della bellezza del cielo.

La piccola Teresa di Lisieux, nei suoi trasporti d'amore, au­gurava il Paradiso alla mamma, al babbo, a tutti. Qui è la mamma ad augurare, in un certo modo, il Paradiso alla sua bimba: «Gemma, se potessi condurti dove Gesù mi chiama, verresti con me?». «E dove?», domandava Gemma. «In Pa­radiso con Gesù e con gli Angeli». Pare di vederla, la cara bambina, battere le mani, abbandonarsi a vivi trasporti di gioia. Da quel giorno, il cielo fu il suo continuo sospiro. «Fu, dunque, la mamma mia che da piccina mi fece desiderare il Paradiso» dirà poi Gemma, sedici anni dopo, quando le fu proibito di chiedere a Dio di morire. «E ora, se desidero an­cora il Paradiso e voglio andarvi, ho delle belle gridate, e mi sento rispondere un no. Alla mamma mia risposi di sì; e per avermi ripetuta questa cosa del Paradiso, non volevo mai di­staccarmi da lei, e non uscivo più dalla sua camera».

Anche questo particolare quanto è caro! Gemma non vo­leva più distaccarsi dalla mamma, non più uscire dalla ca­mera di lei, per non perdere il momento della partenza, per timore che la sua mamma volasse sola in cielo. E le saliva sul letto, le cerchiava amorosamente il collo e la baciava e riba­ciava senza fine.

Ma prima di spiccare il volo per la patria eterna, questa pic­cola amante del crocifisso doveva divenirne una copia vi­vente; doveva risentire in sé, nel cuore, nella sua anima, nel­le sue membra, tutte le angosce, tutte le sofferenze del suo Gesù. «Signor mio» doveva esclamare, «quando le mie lab­bra si avvicineranno alle tue per baciarti, fammi sentire il tuo fiele. Quando le mie spalle si appoggeranno alle tue, fammi sentire i tuoi flagelli. Quando la carne tua si comunicherà alla mia, fammi sentire la tua passione. Quando la mia testa si avvicinerà alla tua, fammi sentire le tue spine. Quando il mio costato si avvicinerà al tuo, fammi sentire la tua lancia..

Poi, dal calvario al cielo!

CAPITOLO III

IL CROCIFISSO

La devozione a Gesù crocifisso fu per secoli e secoli la gran­de e quasi unica devozione delle anime cristiane. Dinanzi al crocifisso, si prostravano i re e i guerrieri, i grandi e gli umi­li, affratellandosi in colui che dette il sangue e la vita indi­stintamente per tutti.

L’immagine del crocifisso si trovava in tutte le case, dalla reggia al povero tugurio, attorno ad essa si riuniva la famiglia, chiedendo e ottenendo benedizione e grazia, forza e rasse­gnazione, pentimento e perdono.

Il bambino si abituava a quella vista fin dalla più tenera età. La storia della passione di Cristo era uno dei primi racconti da lui uditi, e sui quali piangeva. Imprimendosi profonda­mente nell'anima sua, gli faceva trarre dall'intelligenza del­l'infinito dolore di un Dio-umanato il sentimento del valore dell'anima, e, rafforzando la fede, la speranza e l'amore, lo spingeva spesso, in seguito, ai grandi eroismi.

Infatti, i nostri antichi santi, veri giganti di virtù, divenne­ro tali contemplando a lungo il crocifisso. Gesù, dalla sua cro­ce, come da cattedra, si fece loro maestro, ed essi l'ascoltaro­no; come da trono regnò su loro, ed essi lo seguirono; come da talamo nuziale si sposò dalla croce con le anime loro as­setate d'amore, avide di dolore e di sacrificio, ed esse s'im­molarono per lui.

Ma pian piano, la fede si affievolì: il crocifisso venne ban­dito dalla società, il gelo entrò nel mondo, e con esso la ri­bellione e l'ingiustizia. Le anime incominciarono a languire e si spensero gli eroismi degli antichi tempi. Tra le stesse anime pie, molte parvero trascurare il crocifisso.

Ma Cristo è re e vuole regnare; è amore e vuole il nostro ri­cambio; ha sofferto, ha versato tutto il suo sangue, e vuole che questo sangue da noi sia raccolto, sia venerato, sia adorato; che il suo dolore sia compreso da quelli per i quali lo ha sof­ferto. Il crocifisso, col capo piegato, quasi a dare alle anime nostre il bacio del perdono e dell'amore, con le braccia aper­te, per abbracciare tutti, col costato ferito per additarci la via nel suo cuore, non vuole più rimanere quasi un estraneo per le sue creature: «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me», diss'egli, e vuole che questo suo desiderio si compia.

Ci vuole tutti nel suo amplesso.

Ed ecco, infatti, il crocifisso tornare in onore. I nostri bam­bini italiani lo rivedono nelle scuole e nelle famiglie. Le ani­me riprendono la via del calvario dietro gli apostoli della via crucis. Le sante piaghe tornano in venerazione, e il compati­mento dei dolori di Cristo ricomincia a farsi più intenso.

Santa Teresa di Gesù Bambino divenne apostola contem­plando una mano piagata del crocifisso; e negli abissi di umi­liazione e di dolore celati nel segreto del sacro volto, e da essa compresi, attinse tesori d'umiltà e di dolore.

Quasi contemporaneamente, nel monastero della visita­zione di Chambéry; Gesù si mostra a un'umile conversa, suor Maria Marta Chambon, le intima di ricondurre le anime a lui, piagato e crocifisso; di esprimere al mondo i suoi voleri, i suoi lamenti, le sue promesse: «Voi non contemplate abbastanza» le dice «il sole nel suo meriggio. Gli stessi miei sacerdoti non tengono bastantemente l'occhio al crocifisso: e io voglio es­sere onorato tutto. Figlia mia, vieni a me, e io ti darò un'ac­qua che ti disseterà. Nel crocifisso, tutto si trova, e per tutte le.... Ho molti santi in cielo che ebbero gran devozio­ne alle mie sante piaghe; ma quaggiù quasi vi sono delle ani­me le quali ritengono la devozione alle mie piaghe come spre­gevole e quasi sconveniente... per questo, essa cade in oblio... Eppure le mie sante piaghe sostengono il mondo e ne sono il tesoro... La devozione ad esse è il rimedio a questo tempo d'iniquità... Le mie piaghe ripareranno le vostre... non vi sarà morte per l'anima che spira nelle mie piaghe... esse dànno la vera vita».

Mentre suor Maria Marta riceveva da Dio in modo espli­cito la missione di ridestare nel mondo la devozione alle san­te piaghe di Gesù e ricondurre le anime al crocifisso, a Luc­ca, che è per eccellenza la città del crocifisso, detta per an­tonomasia città del volto santo, Cristo faceva di Gemma Galgani «un frutto della sua passione, un germoglio delle sue piaghe».

«Se l'affetto che tante volte hai detto di serbarmi nel tuo cuore è vero» egli le dice, «io voglio che tu porti in te stessa scolpita la mia immagine».

«Guardami, mi vedrai trafitto, deriso da tutti, morto in cro­ce; invito te pure a morire in croce per me». E le si fa vede­re tutto coperto di piaghe, l'avvicina a sé, ed essa, a una a una, amorosamente gliele bacia, invitando poi tutte le anime ad amare «l'amore non amato», a nascondersi in quelle piaghe e in quel cuore.

«Venite tutti, ma tutti» ella esclama, «a compatire Gesù! ... Tutti adoriamo la passione di Gesù, tutti... Andiamo tutti a Gesù in croce! ... Via, venite... Andiamo a raccogliere il san­gue di lui, che tanto ne ha sparso».

«Oh, se tutti i peccatori venissero al tuo cuore! ... Venite, peccatori, non temete, che la spada della giustizia qua dentro non arriva.

Ma perché, Gesù, il tuo cuore così buono, così santo, ha da essere il più tormentato di tutti?... Oh, è pur bello il tuo cuore!... Io vorrei che la mia voce arrivasse ai confini del mon­do... chiamerei tutti i peccatori, direi che entrassero tutti nel tuo cuore».

Il voto di Gemma si è realizzato. La sua voce, così debole un tempo, si fa udire per tempo, si fa udire per tutto il mon­do e giunge ai lontani confini. La sua vita, tradotta in molte lingue, si è diffusa con rapidità sorprendente: voce che scuote, che converte, che stimola: che stringe le anime al croci­fisso: ne fa amare le piaghe, ne fa raccogliere il sangue e ne dischiude il cuore.

Abbiamo detto che Lucca è chiamata la città del volto san­to, e forse per questo la devozione al crocifisso non vi si è raf­freddata.

La vetusta città longobarda resa così caratteristica dalle alte mura che la cingono, e che, sormontate da alberi frondosi, sembrano incoronarla a perenne memoria delle antiche sue glorie, è fedele alle sue tradizioni, ai suoi usi antichi, a tutto ciò che è locale.

Il vero lucchese è attaccatissimo al prezioso simulacro nel quale i padri suoi riconobbero un insigne dono di Dio; né mai ha potuto dimenticare che nell'epoca dei Comuni, con me­ravigliosa solennità, la piccola repubblica elesse il crocifisso a suo re, facendo della sua festa la festa dello Stato, dell'o­maggio al volto santo il tributo di vassallaggio allo Stato, del­l'impronta del volto santo il conio delle sue monete e dei suoi sigilli; né v'era quasi circostanza della vita sociale e politica di Lucca in cui non si professasse ossequio e venerazione al­l'augusto simulacro.

Ora, dopo secoli, ogni buon lucchese ne ha sempre l'im­magine in casa e scolpita nel cuore. Quando, poi, il simula­cro racchiuso nel meraviglioso tempietto, opera del Civitali, viene scoperto alla pubblica venerazione, una fiumana di gen­te, dalla città e dalla campagna, accorre a venerarlo. Ciò si ri­pete più di una volta all'anno.

Gemma Galgani non avrà mancato di recarvisi, prima con la mamma, poi con gli altri di famiglia. Silenziosa com’era, abituata a tenere chiusi in cuore i suoi profondi sentimenti, né facile ai grandi entusiasmi, non ci ha lasciato il ricordo di ciò che avrà provato negli istanti trascorsi a quella presenza. Ma dinanzi alla taumaturga immagine, che a guisa del croci­fisso di Limpias è maestosa e terribile agli empi, dolce e ama­bile ai buoni, Gemma avrà certo provato ciò che provano altre anime candide e amanti. Dagli occhi scintillanti e profon­di del volto santo parve scendere ad esse un raggio che valse ad illuminarle sull'infinita misericordia di Cristo, accende i cuori all'amore e alla riparazione.

Gemma, in tutta la vita, si mostrò figlia, sposa, amante appassionata del crocifisso, ed ha in una lettera rivolto un invito ad un'amica di Roma perché venga a venerare il volto santo, il che prova il suo amore; e fa pensare alle parole di san­ta Caterina da Siena, la quale ai piedi del volto santo aveva la­sciato il suo cuore: «Andate a quella dolcissima croce, e tro­verete Cristo e me».

CAPITOLO IV

«GEMMA, ME LA VUOI DARE LA MAMMA?»

Fin dai primissimi anni era condotta a inginocchiarsi ai pie­di del volto santo, a giungere le sue mani in una calda pre­ghiera; e certo il Signore avrà lasciato cadere su quella dolce creatura una di quelle grazie che formano i santi, uno di que­gli sguardi che sublimano le anime.

Ben presto, infatti, nella cara bambina s'intravide la santa. Ve l'intravidero il babbo e la mamma, e ve l'intravidero le maestre di una piccola scuola, ove Gemma passava qualche ora del giorno.

Sveglia e intelligente, imparava presto e bene tutto ciò che le veniva insegnato, sia in fatto di lavoro che di studio; an­zi, a cinque anni, pare cosa incredibile, leggeva correttamen­te l'ufficio dei morti e quello della Madonna, e teneva tanto volentieri il breviario tra le mani, sapendolo intessuto di lo­di a Dio.

La mamma aveva per essa una predilezione, ma ben rego­lata e diretta a condurla al cielo; quella del babbo invece era eccessiva, e a Gemma, per quanto volesse un gran bene a suo padre, non faceva piacere. Ne soffriva in vista dei fratellini che potevano divenire gelosi.

Questo padre di otto figli soleva dire infatti: «Io non ho che due figli: Gemma e Gino»; e lo mostrava in pratica. Tor­nando a casa, la sua prima domanda era sempre questa: «Gem­ma dov'è... Dov'è Gemma?...». Quando andava fuori, sia in città che in campagna, la sola Gemma doveva accompagnar­lo. I vestitini per essa dovevano uscire dai magazzini miglio­ri, e trovandosi fuori con lei all'ora del pranzo, la conduceva nei primi alberghi.Come santa Teresa di Lisieux per il signor Martin, Gemma era per il signor Galgani reginetta del suo cuore! Ma quan­do, prendendola in braccio o sulle ginocchia, la copriva di ba­ci e di carezze senza fine, Gemma, a differenza della cara Teresina, svincolandosi dalle braccia paterne, diceva quasi piangendo: «Babbo, non mi tocchi». «Ma pure sono tuo pa­dre». «Sì, babbo, ma non voglio esser toccata da nessuno».

Il babbo non se ne offendeva. Subito la lasciava, perché non la poteva veder piangere; ma a lui pure salivano le lacrime agli occhi e si domandava allontanandosi: «Che ne sarà mai di questa bambina?». Già essa gli appariva creatura più angeli­ca che terrena.

Tale, del resto, la stimavano tutti. il suo riserbo era quasi eccessivo. Una volta un cugino, fermatosi a cavallo dinanzi alla porta di casa, chiese della roba. Gemma, che aveva allora sei o sette anni, corse a prenderla e gliela porse con molta bontà. Ammiratissimo, il ragazzo stese la mano per farle una carezza; ma capitò male, ché la bambina, respingendola con impeto, fece perdere l'equilibrio al poco cauto cavaliere che andò a cascare dalla parte opposta e si fece male. Ma la scontò anche la povera Gemma, alla quale la zia, per castigo, tenne le mani legate dietro un giorno intero.

Questa bambina, che piangeva per le troppe carezze del babbo, doveva presto piangere, e con lacrime amare, la per­dita della tenerezza della mamma di cui si era fatta piccola e amorosa infermiera, per quanto non mancasse all'inferma ve­ra e assidua assistenza.

Quando i medici, riconosciuta la malattia della signora Gal­gani, ordinarono che i bambini venissero allontanati, la po­vera Gemma pianse tanto, tanto supplicò dicendo tra i sin­ghiozzi: «E ora lontana dalla mamma, chi mi stimolerà a pre­gare e baciare Gesù?», che per lei fu fatta un'eccezione. In se­guito, quando l'assoluto e pieno abbandono alla volontà di Dio sarà l'unica regola della sua vita, essa si pentirà di questa fermezza nel volere, come di una disobbedienza o d'un ca­priccio; invece era amore: amore di Dio e della mamma, bi­sogno dell'anima e del cuore.

Infatti, che faceva Gemma accanto a quel letto? «Anda­vo da lei» dice, «m'inginocchiavo al suo capezzale, e si pre­gava».

Quella madre era una santa. Fino a che le fu possibile, nonostante la febbre alta e la tosse che le lacerava il petto, si recò ogni mattina in chiesa a fare la comunione, traendo da essa forza e coraggio per sopportare i suoi dolori e disporsi al grande sacrificio.

Fino a che le fu possibile, ogni sabato, ella condusse i suoi bambini in chiesa, volendo che i più grandicelli si confessas­sero prima ancora dei sette anni. E nel vedere i sentimenti coi quali la sua Gemma si accostava al sacramento della miseri­cordia e del perdono ne piangeva di commozione.

Resa incapace di condurveli, questa vera madre cristiana ne incaricò una persona di sua grande fiducia.

Ormai poco le restava di vita, quando le venne l'idea lu­minosa di affidare la sua Gemma allo Spirito Santo. «Ve­nendo io a mancare» ella pensava, «saprò a chi l'ho lasciata».

Ogni sera, una delle maestre della dottrina cristiana veniva in casa a completare l'istruzione religiosa già incominciata dal­la madre, e il 26 maggio del 1885 lo Spirito Santo prese pos­sesso di quell'anima purissima.

Durante la Messa di ringraziamento che le sue accompa­gnatrici vollero ascoltare dopo la cerimonia, Gemma, che pregava per la mamma, udì per la prima volta una voce in­terna parlarle al cuore: «Gemma, me la vuoi dare la mam­ma?». «Si, ma purché prendiate anche me». «No, dammela volentieri... Tu, per ora, devi restare col babbo. Te la condurrò in Paradiso». «Ma anch'io in Paradiso con la mamma». «Si, più tardi». «Fui costretta a rispondere di sì» narra Gem­ma; «e, finita la messa, corsi in casa. Mio Dio! Guardavo la mamma e piangevo; non potevo trattenermi». La mamma era agli estremi.

La povera bambina, buttandosi in ginocchio accanto al let­to, dette in un pianto dirotto e si mise a pregare con tutte le forze. Inutile volerla allontanare. Gemma vuol raccogliere l'ul­timo respiro della mamma e spera ancora di poterla seguire in Paradiso, nonostante la voce udita e il sacrificio accettato.

Un lieve, brevissimo miglioramento riaprì il cuore alla spe­ranza. Seguì un peggioramento: l'ultimo. La vista di quella bambina amorosamente fissa a quel letto di agonia raddop­piava lo strazio del povero babbo. Un giorno però si fa co­raggio, la chiama fuori di camera, e l'affida alla cognata del­la morente, perché la conduca al villaggio di san Gennaro e ve la tenga fino a nuovo ordine.

Gemma obbedisce senza fiatare; ma che strazio in quel pic­colo cuore! Era il sacrificio completo, il più doloroso fiat!

E la mamma morì il 17 settembre 1886. Morì da santa. Non aveva che trentanove anni.

Le ultime sue parole furono queste: «Offro a Dio volentieri la mia vita, per ottenere la grazia di rivedere e rigodere tutti i miei otto figli con me in Paradiso».

CAPITOLO V

«DATEMI GESÙ»

Verso Natale, il signor Enrico Galgani riunì attorno a se tutti i suoi figli, e Gemma tornò da san Gennaro, dove ave­va provato un vuoto immenso, e comprese ancor meglio ciò che vuol dire perdere la mamma.

La zia cedette a malincuore. Aveva fatto pressione al padre perché gliela lasciasse per sempre. Egli lottava... Se ne ac­corse il fratello Gino, già stanco dell'assenza della sorellina, e vi si oppose.

In due battute, tutto fu risolto: Gemma sarebbe tornata in famiglia.

Ma che incontro! che ritorno! quante lacrime!... Oh quel primo pranzo di Natale al quale mancava la mamma! Quel caro posto ormai vuoto per sempre alla tavola di famiglia! Gemma, però, faceva coraggio a tutti: «Perché piangere?... La mamma è in Paradiso, non soffre più: soffriva tanto! »

Passate le feste, Gemma fu affidata, quale esterna, alle suo­re di santa Zita (o meglio, Oblate dello Spirito Santo), le qua­li avevano in Lucca un educandato e un esternato; e vi andò felice, raggiante...

L’accolse con tenerezza di madre la fondatrice stessa del­l'Istituto: suor Elena Guerra.

Quella piccola donna celava in sé la bellezza del genio, la vastità delle vedute, la virilità dei propositi e la santità di una vita, tutta trascorsa tra le luci e le fiamme dello Spirito di luce e di amore.

«Senza che nessuno me l'avesse raccomandata» ella scrive, «senza letture che me l'avessero messa in onore, insomma sen­za quei mezzi che si adoprano per insinuare e propagare le altre devozioni, quella allo Spirito Santo è stata sempre piutto­sto ardente nel mio cuore. Anche da fanciulletta di pochi an­ni, quando mi trovavo in chiesa per la novena di Pentecoste, sembravami essere in Paradiso. Ho sempre provato grande afflizione vedendo che questa importantissima devozione, già sì ben praticata dai nostri avi, è ora così dimenticata. In quel ristretto cerchio d'azione apertomi poi dalla Provvidenza ho sempre procurato di diffonderla... l'ho in vari momenti pro­pagata e raccomandata».

Suor Elena Guerra scrisse moltissimo, e scrisse bene. Lo Spirito Santo che è luce e amore le dette sollecitudini mater­ne per ogni classe di persone, e brame ardenti di condurle tut­te al focolare della luce e dell'amore. I suoi scritti sono pieni di celeste unzione, di sapienza e di scienza.

Intorno a sé, in chi avrebbe dovuto aiutarla, non incon­trava però che freddezza, e doveva contenere le fiamme di­vampanti di un ardentissimo zelo che di continuo la sospin­geva. Ma chi la comprese, chi la secondò fu Leone XIII.

Ella sentiva il bisogno di giungere al Papa, ma non trova­va chi ve la guidasse. Finalmente, nel novembre del 1893,in modo arcano Dio le rivelò essere suo volere che parlasse al Pontefice... Ella gli fece giungere allora una copia della sua novena alla festa di Pentecoste, intitolata: «il nuovo cenaco­lo». Il Papa la gradi, l'ammirò, la benedì.


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