Giacca Rossa - Wikipedia uomini di giacca di canada

Giacca Rossa

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Giacca Rossa in una litografia del 1835 di Henry Corbould, tratta da un dipinto di Charles Bird King, stampata da Charles Joseph Hullmandel. Pubblicata in History of the Indian Tribes of North America

Giacca Rossa (noto come Otetiani in gioventù o Sagoyewatha) (1750 – 1830) è stato un capo tribale ed un oratore nativo americano del clan Lupo dei Seneca[1].

Negoziò per conto della sua tribù con gli Stati Uniti d'America dopo la guerra di indipendenza americana, quando i Seneca, alleati dei britannici, furono obbligati a cedere molta della loro terra ed a firmare il trattato di Canandaigua (1794). Aiutò ad aggiudicarsi una parte del territorio Seneca nello stato di New York, anche se buona parte del suo popolo era migrato in Canada per un nuovo insediamento.

Il suo discorso su "Religione per i Bianchi e per i Rossi" (1805) è stato conservato come esempio del suo grande stile oratorio.

Indice

  • 1 Biografia
  • 2 Discorso al Senato
  • 3 Retaggio
  • 4 Note
  • 5 Bibliografia
  • 6 Altri progetti

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Il luogo di nascita di Giacca Rossa è stato a lungo dibattuto. Alcuni storici sostengono che nacque nel vecchio castello Seneca nei pressi dell'attuale Geneva (New York), vicino al lago Seneca.[2] Altri credono che nacque nei pressi di lago Cayuga e dell'odierna Canoga,[3] mentre altri ancora piazzano il suo luogo di nascita a sud di Branchport, sul lago Keuka nei pressi della foce del Basswood.[4][5] Si sa che trascorse buona parte della gioventù a Basswood, dove fu anche sepolta la madre. Sua madre era del clan del Lupo, ed a causa del sistema matrilineare degli Irochesi ne faceva parte anche lui.

Giacca Rossa visse da adulto in territorio Seneca nella valle del fiume Genesee. Negli ultimi anni di vita tornò in Canada per breve tempo. Lui ed il capo Mohawk Joseph Brant furono acerrimi nemici,anche se spesso si incontravano nella casa lunga della confederazione irochese. Durante la guerra di indipendenza americana, quando entrambe le nazioni irochesi erano alleate dei britannici, Brant chiamò ripetutamente Giacca Rossa con il nomignolo di "uccisore di vacche", facendo riferimento alla battaglia Newtown del 1779 in cui Giacca Rossa uccise una mucca utilizzandone il sangue per affermare di avere ucciso un ribelle americano.[6]

President's House, Filadelfia. Giacca Rossa vi incontrò George Washington, ed in seguito John Adams, quando Filadelfia era temporaneamente la capitale federale

Giacca Rossa divenne un famoso oratore, e parlava dei diritti del suo popolo. Giocò un ruolo fondamentale nelle negoziazioni con il governo federale statunitense dopo la guerra. Nel 1792 guidò una delegazione di 50 uomini a Filadelfia. Il presidente George Washington si presentò con una speciale "medaglia di pace", un grosso ovale placcato d'argento con incisa l'immagine di Washington mentre stringeva la mano a Giacca Rossa; sotto c'era scritto "George Washington", "Giacca Rossa" e "1792". Giacca Rossa indossò questa medaglia sulla giacca in ogni ritratto che si fece fare. Oggi si trova nella collezione del Buffalo History Museum.[7] Gli fu dato anche un lungo fucile intarsiato d'argento con le sue iniziali, l'emblema del clan del Lupo e il suo nome Sagoyewatha. Questo fucile rimase privato fino alla sua morte. Nel 1794 Giacca Rossa fu il firmatario, assieme a Piantatore di Grano, Bel Lago ed altri 50 Irochesi del trattato di Canandaigua, con il quale cedettero molta terra a causa della loro alleanza con i britannici che persero la guerra.[8] Confermò la pace con gli Stati Uniti ed i confini delle terre Seneca ad est del fiume Genesee stabiliti con il Phelps and Gorham Purchase del 1788.

Jemima Wilkinson, nota come The Publick Universal Friend, e la sua Society of Friends di Filadelfia furono i primi coloni della regione nel 1790. Nonostante il saccheggio dell'insediamento dei nativi di Ah-Wa-Ga Owego (New York) perpetrato dai generali Clinton e Sullivan durante la guerra di secessione, la Society ebeb contatti pacifici con l'allora diffidente tribù Seneca degli Irochesi. I Seneca fecero pace con le persone dei Finger Lakes, ma ebbe problemi con quelli della contea di Genesee e della parte occidentale dello stato di New York.[9]

Nel 1797, grazie al trattato di Big Tree, Robert Morris acquistò dai Seneca per 100 000 dollari alcune terre ad ovest del Genesee. Quest'area è oggi Geneseo nella contea di Livingston. Giacca Rossa cercò di evitare la vendita ma, non riuscendo a convincere gli altri capi, rinuncio ad opporsi. Morris aveva già acquistato terra dagli indiani in Massachusetts e l'aveva rivenduta alla Holland Land Company per scopi speculativi. Tenne per sé solo la riserva Morris, una proprietà nei pressi dell'attuale Rochester. Durante i negoziati Brant raccontò una storia infamante per Giacca Rossa, ma Piantatore di Grano intervenne ed impedì che il capo uccidesse Brant.[10]

Monumento al cimitero di Forest Lawn

Giacca Rossa prese questo nome, uno dei tanti che usava, a causa di una giacca ricamata donatagli dai britannici per i successi militari.[11] I Seneca erano alleati della corona britannica durante la guerra di indipendenza americana, sia per le lunghe tradizionali relazioni che per la speranza di limitare l'invasione del proprio territorio. Dopo la sconfitta degli alleati, i Seneca furono obbligati a cedere molta terra agli Stati Uniti. Molti di loro si trasferirono in Canada in quella che oggi è la riserva delle Sei Nazioni in Ontario. Durante la guerra anglo-americana Giacca Rossa sostenne gli americani.[12]

Il suo nome da adulto, Sagoyewatha, che probabilmente si traduce in "egli li tiene svegli", gli fu dato dai Seneca attorno al 1780 per le sue doti oratorie. Quando nel 1805 Cram, un missionario della Nuova Inghilterra, chiese di fondare una missione presso i Seneca, Giacca Rossa gli rispose spiegando quanto il suo popolo aveva sofferto a causa degli europei. Il suo "Religione per i Bianchi e i Rossi" espresse il suo profondo pensiero che la religione dei nativi fosse sufficiente per i Seneca e gli altri nativi americani. Il discorso è stato conservato come uno dei migliori esempi di oratoria.[13]

Giacca Rossa divenne alcolista, e ben presto si pentì di aver fatto il primo sorso. Quando gli fu chiesto se avesse figli, Giacca Rossa, che aveva perso gran parte della prole a causa delle malattie, disse:

« Giacca Rossa un tempo era un grande uomo, favorito del Grande Spirito. Era un alto pino tra i bassi alberi della foresta. Ma, dopo anni di gloria, si è ridotto a bere l'acqua di fuoco dei bianchi. Il Grande Spirito lo ha guardato con rabbia, ed i suoi fulmini hanno spogliato il pino dei suoi rami »

(Benson J. Lossing, A centennial edition of the history of the United States[14])

Negli ultimi anni Segoyewatha visse a Buffalo(New York). Alla sua morte i suoi resti furono sepolti in un cimitero indiano. Nel 1876 William Cullen Bryant presentò un progetto al consiglio dei Seneca per recuperare le spoglie di Giacca Rossa e spostarle nel cimitero di Forest Lawn a Buffalo.[15] Lo spostamento avvenne il 9 ottobre 1884. I documenti, con le lettere di Horatio Hale, Ely Parker (nipote di Giacca Rossa) ed altri fu pubblicato (Buffalo, 1884).[12]

Secondo l'Appletons' Cyclopædia of American Biography, "vennero fatti molti suoi ritratti. George Catlin lo ritrasse due volte, Henry Inman una e Robert Walter Weir lo ritrasse nel 1828, quando Giacca Rossa era in visita a New York. Fitz-Greene Halleck lo celebrò con una canzone".[12]

Discorso al Senato[modifica | modifica wikitesto]

Questa famosa oratoria, nota anche col nome di "Religione per i Bianchi ed i Rossi", è un esempio delle sue grandi capacità oratorie. Avvenne attorno al 1805 in risposta a Jacob Cram, un missionario della Nuova Inghilterra. Quel giorno i due si incontrarono a Buffalo Creek, New York, per discutere le loro credenze religiose. Dopo l'incontro con i capi della delegazione Seneca, Giacca Rossa diede una risposta in nome del suo intero popolo. Fece riferimento alle parole di Cram, "C'è solo una religione, e solo un modo di servire Dio, e se non accettate il metodo corretto, non potrete più essere felici", e disse che ognuno aveva il diritto di credere come voleva.

Retaggio[modifica | modifica wikitesto]

Molte strutture, navi e luoghi portano il suo nome, soprattutto nella regione dei Finger Lakes ed a Buffalo. Ad esempio:

  • Una statua memoriale ed il Red Jacket Park si trovano a Penn Yan (New York) nei pressi del lago Keuka. La statua è stata scolpita da Michael Soles.
  • La Red Jacket, una clipper, che stabilì il record di velocità tra New York e Liverpool.[1]
  • Una porzione di terra sul fiume Buffalo si chiama "penisola Red Jacket". Sulla riva orientale si trova una targa con una breve biografia di Giacca Rossa e la storia del fiume.
  • La comunità di Red Jacket in Virginia Occidentale, anche se il capo indiano non ebbe legami con la regione.[16]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Maine League of Historical Societies and Museums, Maine: A Guide 'Down East', a cura di Doris A. Isaacson, Rockland, Me, Courier-Gazette, Inc., 1970, pp. 260–261.
  2. ^ John Niles Hubbard, An Account of Sa-Go-Ye-Wat-Ha
  3. ^ Col. William L. Stone (1838), Life of Red Jacket
  4. ^ Miles A. Davis (1912), History of Jerusalem, p. 38
  5. ^ Stafford C. Cleveland (1873), History of Yates County, p. 450
  6. ^ Graymont, pg. 216
  7. ^ Fact, Fiction & Spectacle: the Trial of Red Jacket, Buffalo History Museum. URL consultato il 6 luglio 2013.
  8. ^ The Canandaigua Treaty of the 1794, su canandaigua-treaty.org. URL consultato l'8 gennaio 2008.
  9. ^ Wisbey, Herbert A., Jr. (2009). Pioneer Prophetess: Jemima Wilkinson the Publick Universal Friend. Cornell Press.
  10. ^ The Cornplanter Chronicles, Vol. 4, parte 7, Mountain Laurel Review
  11. ^ William Jennings Bryant (a cura di), The World’s Famous Orations. America: Vol I. (1761–1837), su bartleby.com, 1906. URL consultato il 19 settembre 2009.
  12. ^ a b c Wilson, James Grant; Fiske, John, ed. (1900). "Red-Jacket". Appletons' Cyclopædia of American Biography. New York: D. Appleton.
  13. ^ "Red Jacket on Religion for the White Man and the Red", Bartleby Website, acceduto il 22 maggio 2011
  14. ^ Benson J. Lossing, A centennial edition of the history of the United States, Hartford, T. Belknap, 1876, pp. 26.
  15. ^ The Graves of Red Jacket, wnyheritagepress.org. URL consultato il 21 giugno 2011 (archiviato dall'url originale il 27 luglio 2011).
  16. ^ Kenny, Hamill, West Virginia Place Names: Their Origin and Meaning, Including the Nomenclature of the Streams and Mountains, Piedmont, West Virginia, The Place Name Press, 1945, pp. 524.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Graymont, Barbara, The Iroquois in the American Revolution, 1972, ISBN 0-8156-0083-6
  • Robert G. Koch, "Red Jacket: Seneca Orator", Crooked Lake Review, marzo 1992
  • Baym, Nina, Robert S. Levine, e Arnold Krupat. The Norton Anthology of American Literature. Vol. A. New York: W. W. Norton &, 2007.
  • Stone, William L. Life and times of Red-Jacket, Or, Sa-go-ye-wat-ha: Being the Sequel to the History of the Six Nations. New York: Wiley and Putnam, 1841.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

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onfidenze sottobanco ti sussurreranno che non è comunista, che non lo sarebbe mai neanche se a indottrinarlo fosse Mao Tse-tung in persona: si tratta di un militare, ripetono, di un patriota, e non di un ideologo. Indiscrezioni ormai diffuse ti confermeranno che nacoxM0rMse quaranta o forse quarantacinque anni fa, che la sua famiglia era nobile e che la sua giovinezza fu agiata: suo padre possedeva un’antica ricchezza che le confische non avevano troppo intaccato. Tali confische, avvenute nel corso di un secolo e mezzo, erano state imposte dagli egiziani su certi latifondi e su certi immobili al centro del Cairo. E poi? Vediamo: poi, nel 1947, Yassir aveva combattuto contro gli ebrei che davano vita a Israele e s’era iscritto all’università del Cairo per studiare ingegneria. In quegli anni aveva anche fondato l’Associazione studenti palestinesi, la stessa da cui sarebbe fiorito il nucleo di Al Fatah. Ottenuta la laurea, era andato a lavorare nel Kuwait e qui aveva fondato un giornale che incitava alla lotta nazionalista, era entrato a far parte di un gruppo detto Fratelli Musulmani. Nel 1955 era rientrato in Egitto per frequentare un corso di ufficiali e specializzarsi in esplosivi, nel 1965 aveva contribuito in modo speciale alla nascita di Al Fatah assumendo il nome di Abu Ammar. Cioè Colui che Costruisce, Padre Costruttore. Nel 1967 era stato eletto presidente dell’OLP, Organizzazione di Liberazione Palestinese, movimento di cui fanno ormai parte i membri di Al Fatah, del Fronte Popolare, di Al Saiqa, eccetera: solo recentemente era stato scelto come portavoce di Al Fatah, suo messaggero. Ma a questo punto, se chiedevi perché, allargavano le braccia e rispondevano: «Boh, qualcuno doveva pur farlo, uno o l’altro non fa differenza». Della sua vita quotidiana non ti dicevano nulla fuorché il particolare che non ha nemmeno una casa. Ed era vero: quando non abitava in quella del fratello, ad Amman, dormiva nelle basi o dove capitava. Era anche vero che non fosse sposato. Non gli si conoscevano donne e, malgrado il pettegolezzo di un platonico flirt con una scrittrice ebrea che aveva abbracciato la causa araba, sembrava proprio che ne potesse fare a meno: come avevo sospettato vedendolo arrivare col bellone.
Guarda, il mio sospetto è che, salvo particolari utili a correggere le inesattezze, non vi sia altro da dire su Arafat. Quando un uomo ha un passato clamoroso lo senti anche se lo nasconde: perché il passato resta scritto sul volto, negli occhi. Sul volto di Arafat, invece, non trovi che quella strana maschera impostagli da madre natura: non da esperienze pagate. V’è qualcosa di insoddisfacente in lui, di non ancora fatto. Se ci pensi bene, del resto, ti accorgi che la sua fama esplose più per la stampa che per le sue gesta: dall’ombra lo tirarono fuori i giornalisti occidentali e in particolare americani, sempre bravissimi nell’inventar personaggi o montarli. Basti pensare ai bonzi del Vietnam, al venerabile Tri Quang. D’accordo: Arafat non può essere paragonato a Tri Quang. Della resistenza palestinese è davvero un artefice, o uno degli artefici, e uno stratega. O uno degli strateghi. Il portavoce di Al Fatah lo fa per davvero a Mosca. A Rabat e al Cairo ci va per davvero. Ma ciò non significa, tantomeno significava, che egli fosse il leader dei palestinesi in guerra. E, comunque, fra tutti i palestinesi che incontrai, Arafat resta quello che mi impressionò meno di tutti.
O dovrei dire quello che mi piacque meno di tutti? Una cosa è certa: egli non è un uomo nato per piacere. È un uomo nato per irritare. Avvertire simpatia per lui è difficile. Anzitutto per il silenzioso rifiuto che oppone a chi tenti un approccio umano: la sua cordialità è superficiale, la sua gentilezza è formale, e un nulla basta a renderlo ostile, freddo, arrogante. Si scalda solo quando si arrabbia. E allora la sua vocina diventa un vocione, i suoi occhi diventano polle di odio, e sembra che voglia sbranarti insieme a tutti i suoi nemici. Poi per la mancanza di originalità e di seduzione che caratterizza tutte le sue risposte. A mio parere, in un’intervista, non sono le domande che contano ma le risposte. Se una persona ha talento, puoi chiederle la cosa più banale del mondo: ti risponderà sempre in modo brillante o profondo. Se una persona è mediocre, puoi porle la domanda più acuta del mondo: ti risponderà sempre in modo mediocre. Se poi tale legge la applichi a un uomo combattuto tra il calcolo e la passione, guarda: dopo averlo ascoltato, non ti resta in mano che un pugno di mosche. Con Arafat mi trovai proprio con un pugno di mosche. Egli reagì quasi sempre con discorsi allusivi o evasivi, giri di frase che non contenevano nulla fuorché la sua intransigenza retorica, il suo costante timore di non persuadermi. E nessuna volontà di considerare, sia pure in un gioco dialettico, il punto di vista altrui. Né basta osservare come l’incontro tra un arabo che crede alla guerra e un’europea che non ci crede più sia un incontro immensamente difficile. Anche perché quest’ultima resta imbevuta del suo cristianesimo, del suo odio per l’odio, e l’altro invece resta infagottato dentro la sua legge dell’occhio-per-occhio-dente-per-dente: epitome di ogni orgoglio. Ma v’è un punto in cui tale orgoglio fa difetto, ed è laddove Yassir Arafat invoca la comprensione altrui o pretende di trascinare dentro la sua barricata chi è sconvolto dai dubbi. Interessarsi alla sua causa, ammetterne la fondamentale giustizia, criticarne i punti deboli e rischiare quindi la propria incolumità fisica e morale, non è cosa che a lui basti. A ciò reagisce anzi con l’arroganza che ho detto, l’alterigia più ingiustificata, e quell’inclinazione assurda ad attaccar lite su ogni parola, suppongo. E ciascuno di quei novanta minuti mi lasciò insoddisfatta sia sul piano umano che intellettuale o politico. Mi divertì però scoprire che gli occhiali neri non li porta anche di sera perché sono occhiali da vista. Li porta per farsi notare. Infatti, sia di giorno che di notte, ci vede benissimo. Coi paraocchi ma benissimo. Non ha fatto anche carriera negli ultimi anni? Non s’è fatto eleggere capo di tutta la resistenza palestinese e non se ne va in giro come un capo di Stato? Non pretende nemmeno più d’esser chiamato Abu Ammar.


ORIANA FALLACI. Abu Ammar, si parla tanto di lei ma non si sa quasi nulla di lei e...
YASSIR ARAFAT. Di me c’è solo da dire che sono un umile combattente palestinese. Da molto tempo. Lo divenni nel 1947, insieme a tutta la mia famiglia. Sì, fu quell’anno che la mia coscienza si svegliò e compresi quale barbara invasione fosse avvenuta nel mio paese. Mai una simile nella storia del mondo.

Quanti anni aveva, Abu Ammar? Glielo chiedo perché la sua età è controversa.
Niente domande personali.

Abu Ammar, le sto chiedendo esclusivamente quanti anni ha. Lei non è una donna. Può dirmelo.
Ho detto: niente domande personali.

Abu Ammar, se non vuole nemmeno dire l’età, perché si espone sempre all’attenzione del mondo e permette che il mondo guardi a lei come al capo della resistenza palestinese?
Ma io non ne sono il capo! Non voglio esserlo! Veramente, lo giuro. Io sono appena un membro del comitato centrale, uno dei tanti, e per precisione quello cui è stato ordinato di fare il portavoce. Cioè di riferire cosa decidono altri. È un grosso equivoco considerarmi il capo: la resistenza palestinese non ha un capo. Noi tentiamo infatti di applicare il concetto della guida collettiva e la cosa presenta difficoltà, ovvio, ma noi insistiamo poiché riteniamo indispensabile non affidare a uno solo la responsabilità e il prestigio. È un concetto moderno e serve a non recar torto alle masse che combattono, ai fratelli che muoiono. Se muoio, le sue curiosità saranno esaudite: lei saprà tutto di me. Fino a quel momento, no.

Non direi che i suoi compagni vogliano permettersi il lusso di lasciarla morire, Abu Ammar. E, a giudicare dalla sua guardia del corpo, direi che la ritengano molto più utile se resta vivo.
No. È probabile invece che io sia molto più utile da morto che da vivo. Eh, sì: la mia morte servirebbe molto alla causa, come incentivo. Aggiungerò anzi che io ho molte probabilità di morire: potrebbe accadere stanotte, domani. Se muoio, non è una tragedia: un altro andrà in giro pel mondo a rappresentare Al Fatah, un altro dirigerà le battaglie... Sono più che pronto a morire. Per la mia sicurezza non ho la cura che lei crede.

Capisco. D’altra parte, le linee per recarsi in Israele ogni tanto le passa anche lei: vero, Abu Ammar? Gli israeliani danno per certo che lei sia entrato in Israele due volte, sfuggendo alle loro imboscate. Ed aggiungono: chi riesce a far questo dev’essere assai furbo.
Ciò che lei chiama Israele è casa mia. Quindi non ero in Israele ma a casa mia: con tutto il diritto di andare a casa mia. Sì, ci sono stato, ma molto più spesso che due volte sole. Ci vado continuamente, ci vado quando voglio. Certo, esercitare questo diritto è abbastanza difficile: le loro mitraglie sono sempre pronte. Però è meno difficile di quanto essi credano: dipende dalle circostanze, dai punti che si scelgono. È necessaria scaltrezza, in ciò hanno ragione. Non a caso quei viaggi noi li chiamiamo «viaggi della volpe». Però li informi pure che quei viaggi i nostri ragazzi, i fedayn, li compiono quotidianamente. E non sempre per attaccare il nemico. Li abituiamo a passare le linee per conoscere la loro terra, per muovercisi dentro con disinvoltura. Spesso arriviamo, perché ciò l’ho fatto, fino alla striscia di Gaza e fino al deserto del Sinai. Portiamo anche le armi fin là. I combattenti di Gaza non ricevono mica le armi dal mare: le ricevono da noi, da qui.

Abu Ammar, quanto durerà tutto questo? Quanto a lungo potrete resistere?
Simili calcoli noi non ce li poniamo nemmeno. Siamo soltanto all’inizio di questa guerra. Incominciamo solo ora a prepararci per quella che sarà una lunga, lunghissima guerra. Certo una guerra destinata a prolungarsi per generazioni. Né siamo la prima generazione che combatte: il mondo non sa o dimentica che negli anni Venti i nostri padri combattevano già l’invasore sionista. Erano deboli, allora, perché troppo soli contro avversari troppo forti e sostenuti dagli inglesi, dagli americani, dagli imperialisti della terra. Ma noi siamo forti: dal gennaio 1965, cioè dal giorno in cui nacque Al Fatah, siamo un avversario pericolosissimo per Israele. I fedayn stanno acquistando esperienza, stanno moltiplicando i loro attacchi e migliorando la loro guerriglia: il loro numero aumenta precipitosamente. Lei chiede quanto potremo resistere: la domanda è sbagliata. Lei deve chiedere quanto potranno resistere gli israeliani. Giacché non ci fermeremo mai fino a quando non saremo tornati a casa nostra e avremo distrutto Israele. L’unità del mondo arabo renderà questo possibile.

Abu Ammar, voi invocate sempre l’unità del mondo arabo. Ma sapete benissimo che non tutti gli Stati arabi sono disposti a entrare in guerra per la Palestina e che, per quelli già in guerra, un accordo pacifico è possibile, anzi augurabile. Lo ha detto perfino Nasser. Se tale accordo avverrà, come auspica anche la Russia, voi cosa farete?
Non lo accetteremo. Mai! Continueremo a far guerra a Israele da soli, finché non riavremo la Palestina. La fine di Israele è lo scopo della nostra lotta, ed essa non ammette né compromessi né mediazioni. I punti di questa lotta, che piacciano o non piacciano ai nostri amici, resteranno sempre fissati nei princìpi che enumerammo nel 1965 con la creazione di Al Fatah. Primo: la violenza rivoluzionaria è il solo sistema per liberare la terra dei nostri padri; secondo: lo scopo di questa violenza è di liquidare il sionismo in tutte le sue forme politiche, economiche, militari, e cacciarlo per sempre dalla Palestina; terzo: la nostra azione rivoluzionaria dev’essere indipendente da qualsiasi controllo di partito o di Stato; quarto: questa azione sarà di lunga durata. Conosciamo le intenzioni di alcuni capi arabi: risolvere il conflitto con un accordo pacifico. Quando questo accadrà, ci opporremo.

Conclusione: voi non volete affatto la pace che tutti auspicano.
No! Non vogliamo la pace. Vogliamo la guerra, la vittoria. La pace per noi significa distruzione di Israele e nient’altro. Ciò che voi chiamate pace, è pace per Israele e gli imperialisti. Per noi è ingiustizia e vergogna. Combatteremo fino alla vittoria. Decine di anni se necessario, generazioni.

Siamo pratici, Abu Ammar: quasi tutte le basi dei fedayn sono in Giordania, altre sono in Libano. Il Libano non ha molta voglia di fare la guerra e la Giordania ha una gran voglia di uscirne. Ammettiamo che questi due paesi, decisi a un accordo pacifico, decidano di impedirvi gli attacchi a Israele. In altre parole, impediscano ai guerriglieri di fare i guerriglieri. È già successo e succederà di nuovo. Di fronte a ciò cosa fate? Dichiarate guerra anche alla Giordania e al Libano?
Noi non possiamo combattere sulla base dei “se”. È diritto di ogni Stato arabo decidere ciò che vuole, compreso un accordo pacifico con Israele; è nostro diritto voler tornare a casa senza compromessi. Tra gli Stati arabi, alcuni sono incondizionatamente con noi. Altri no. Ma il rischio di restare soli a combattere Israele è un rischio che avevamo previsto. Basti pensare agli insulti che ci hanno buttato addosso all’inizio: siamo stati così maltrattati che ormai ai maltrattamenti non ci facciamo più caso. La nostra stessa formazione, voglio dire, è un miracolo: la candela che si accese nel 1965 brillò nel buio più nero. Ma ora siamo molte candele, e illuminiamo l’intera nazione araba. E al di là della nazione araba.

Questa è una risposta molto poetica e molto diplomatica, ma non è la risposta a ciò che le ho chiesto, Abu Ammar. Io ho chiesto: se la Giordania non vi vuole davvero più, dichiarate guerra alla Giordania?
Io sono un militare, e un capo militare. Come tale devo tenere i miei segreti: non sarò io a rivelarle i nostri futuri campi di battaglia. Se lo facessi, Al Fatah mi manderebbe alla corte marziale. Perciò tragga le sue conclusioni da ciò che ho detto prima. Io le ho detto che continueremo fino in fondo la marcia per la liberazione della Palestina, che ciò piaccia o non piaccia ai paesi in cui ci troviamo. Ci troviamo in Palestina anche ora.

Ci troviamo in Giordania, Abu Ammar. E le domando: ma cosa significa Palestina? La stessa identità nazionale della Palestina s’è persa col tempo, e anche i suoi confini geografici si sono persi. C’erano i turchi, qui, prima del mandato britannico e di Israele. Quali sono dunque i confini geografici della Palestina?
Noi non ci poniamo il problema dei confini. Nella nostra costituzione non si parla dei confini perché a porre i confini furono i colonialisti occidentali che ci invasero dopo i turchi. Da un punto di vista arabo, non si può parlare di confini: la Palestina è un piccolo punto nel grande oceano arabo. E la nostra nazione è quella araba, è una nazione che va dall’Atlantico al Mar Rosso e oltre. Ciò che vogliamo da quando la catastrofe esplose nel 1947 è liberare la nostra terra e ricostruire lo Stato democratico palestinese.

Ma quando si parla di uno Stato bisogna pur dire entro quali limiti geografici si forma o si formerà questo Stato! Abu Ammar, le chiedo di nuovo: quali sono i confini geografici della Palestina?
Come fatto indicativo possiamo decidere che i confini della Palestina siano quelli stabiliti al tempo del mandato britannico. Se prendiamo l’accordo franco-inglese del 1918, Palestina significa il territorio che va da Naqurah, al nord, fino ad Akaba al sud e, poi, dalla costa del Mediterraneo che include la striscia di Gaza fino al fiume Giordano e al deserto del Negev.

Ho capito. Ma questo include anche un bel pezzo di terra che oggi fa parte della Giordania: cioè tutta la regione a est del G